Un anticoagulante per ritardare i sintomi dell’ Alzheimer

Stando ai risultati ottenuti da un recente studio dei ricercatori spagnoli della National Center for Cardiovascular Research (Cnic) in collaborazione con la Rockefeller University di New York, un farmaco anticoagulante potrebbe rallentare i sintomi dell’Alzheimer. L’indagine ha dimostrato che dopo un anno di trattamento con anticoagulanti i pazienti colpiti dalla patologia non presentavano perdite di memoria significative.

La comunità scientifica da sempre sostiene che due proteine la beta amiloide e la tau sono le principali responsabili di una delle più spaventose malattie degenerative che interessano l’essere umano. Scendendo nel dettaglio, la beta amiloide si accumula tra i neuroni, e la tau, forma dei veri e propri “grovigli” nel cervello in grado di comprometterne il corretto funzionamento. Tuttavia, gli studiosi coinvolti nella ricerca hanno attinto da vecchi studi per trovare una correlazione tra l’Alzheimer e il flusso sanguigno. Uno di questi è stato realizzato proprio dallo psichiatra tedesco Alois Alzheimer, che nel 1906 pubblicò il primo caso di Alzheimer definendo la malattia come una degenerazione dell’apparato vascolare delle arterie che portano il sangue al cervello.

I ricercatori hanno così deciso di tornare alle origini dell’indagine e per questo hanno impiegato il dabigatran, un farmaco orale che provoca sanguinamenti meno indesiderati rispetto ad altri classici anticoagulanti, per capire come una circolazione sanguigna più fluida possa arrestare o rallentare l’evolversi della patologia. Durante le rilevazioni il team ha notato che dopo 12 mesi di dabigatran l’infiammazione cerebrale dei pazienti esaminati è diminuita del 30% arrivando a toccare addirittura una diminuzione del 50% nelle forme più aggressive di intossicazione da beta amiloide. Una delle ipotesi a cui è giunto lo studio è, quindi, quella che l’anticoagulante sia capace di migliorare la circolazione cerebrale evitando i microtrombi che ostacolano l’arrivo di ossigeno e sostanze nutritive nel cervello dei pazienti di Alzheimer.

Nonostante il risultato ottenuto sia particolarmente incoraggiante, se non rivoluzionario, gli scienziati non gridano ancora alla scoperta dal momento che l’Alzheimer si presenta come una malattia multifattoriale. La strada verso una cura definitiva sembra così ancora lunga, ma la ricerca sta facendo dei passi da gigante e nei prossimi anni,secondo gli addetti ai lavori, sarà possibile rallentare la progressione della malattia in modo significativo.

Attualmente sono 600 mila i malati di Alzheimer in Italia e a causa dell’invecchiamento della popolazione sono destinati ad aumentare (l’Italia è il Paese più longevo d’Europa, con 13,4 milioni gli ultrasessantenni, pari al 22% della popolazione). I costi diretti dell’assistenza nel Bel paese ammontano a oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie. Il costo medio annuo per paziente è pari a 70.587 euro, comprensivo dei costi a carico del Servizio sanitario nazionale, e di quelli che ricadono direttamente sulle famiglie. Con l’allungarsi delle aspettative di vita vincere la battaglia contro le malattie neurodegenerative sta diventando sempre di più un obiettivo di fondamentale importanza per il prossimo futuro.

Andrea Carozzi

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here