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“Signorina” a chi?

Nel 1941 Clara Calamai nel film La cena delle beffe suscitò enorme scandalo mostrandosi a seni nudi. Poi arrivano la televisione e il divorzio e qualcosa cambia. Cambia la società prima di tutto, cambiano le donne e gli usi.

«La televisione e il divorzio. Senza tv ci si rifaceva al tipo di educazione ricevuto dalle proprie madri, e dunque a una linea che per asse ereditario proveniva dall’Ottocento» racconta Franca Valeri in un’intervista pubblicata su Il Venerdì in occasione dell’uscita del suo libro L’educazione delle fanciulle (Einaudi) scritto a quattro mani con Luciana Littizzetto.

Due donne cresciute in anni diversi, ma che hanno fatto entrambe del proprio umorismo la chiave del proprio successo; due generazioni che si confrontano e si completano. Una lettura della donna e della società italiana dagli anni Trenta ad oggi, mantenendo come chiave di lettura l’ironia e la comicità. Parlano proprio di comicità Franca Valeri e Luciana Littizzetto « Anche quella è sempre stata un’arma maschile a noi donne, semmai, si addiceva il dramma in teatro, la tragedia, forse anche per questioni ormonali».

E le cosiddette “signorine”? Secondo le due attrici e scrittrici non esistono più, si possono ritrovare solo in qualche libro o film datato o in un’opera teatrale.

Anche Natalia Aspesi, sulle pagine dello stesso settimanale, affronta l’argomento della femminilità nelle diverse epoche: tanti i paragoni e le differenze ma i problemi sembrano, per ragioni diverse essere gli stessi: «Di professioni concesse alle donne, in quegli anni Cinquanta, ce ne erano anche altre. Però, se lavoravi, doveva essere per necessità e non per aspirare a una carriera […]si veniva disprezzate perché lavorare era poco femminile […] Che strano, quante analogie ci sono decenni dopo! Oggi una fanciulla magari sogna di diventare medico o ambasciatore o anche solo segretaria, e studia e si impegna e la famiglia sarebbe contentissima. Ma è il lavoro a non volerla, lei donna ma anche i suoi compagni uomini, perché non ce ne è, o ce ne è per pochi e bisogna accontentarsi, se proprio ti ostini a voler lavorare, a essere pagata malissimo o per niente».

g.n. – redazione@altraeta.it

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