Si chiama plasmaferesi ed è un metodo conosciuto fin dal 1880

                              L’uso del plasma iperimmune                               guarisce i pazienti del Covid-19

I risultati eccezionali di Mantova e Pavia. Nonostante le opposizioni di certi “esperti”, numerose Regioni stanno provando il nuovo protocollo.

di Rino Di Stefano

La domanda è semplice: nel corso di una grave pandemia come quella che stiamo vivendo, qual è il primo obiettivo che le autorità devono porsi per proteggere la salute pubblica?

A parte l’ovvietà di impedire il dilagare del virus, la risposta dovrebbe essere salvare la vita a coloro che sono rimasti infettati. Gli atti di eroismo che tutti i giorni vediamo negli ospedali da parte di medici e infermieri (spesso fino all’estremo sacrificio) ci confermano che proprio quello dovrebbe essere lo sforzo che i governi sono chiamati a fare: salvare vite umane. Allora, ci domandiamo ormai ovunque in Italia, per quale motivo le autorità sanitarie si stanno mobilitando con tanta frenesia per oscurare la plasmaferesi, cioè l’infusione del plasma dei malati guariti ai soggetti con grave livello di infezione? I risultati sono eccezionali. “Non abbiamo un decesso da un mese – spiega il dottor Giuseppe De Donno, direttore di Pneumologia e Terapia intensiva respiratoria dell’ospedale Carlo Poma di Mantova – Sono entusiasta di vedere le persone guarite così velocemente. E’ l’unico trattamento razionale, sia biochimico che immunologico del Coronavirus che c’è in questo momento. Non esisterà farmaco più efficace del plasma. È come il proiettile magico, si usano immunoglobuline specifiche contro il Coronavirus. Va utilizzato in fase precoce. Se invece si aspetta che paziente sia moribondo… allora si fa un errore e ci vuole solo il prete, ecco!”.

Ogni donatore deve essere sano, guarito dal Covid-19 ed avere gli anticorpi neutralizzanti. “Si prelevano 600 ml di plasma, da cui si ricavano due dosi da 300 ml ciascuna – spiega il dottor Massimo Franchini, direttore di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del Carlo Poma di Mantova – Il protocollo prevede tre somministrazioni.

Dopo la prima, c’è un monitoraggio clinico di laboratorio. Nel caso di mancata risposta, c’è la seconda somministrazione e così di seguito. A distanza di 48 ore l’una dall’altra. La compatibilità per il plasma viene fatta sul gruppo sanguigno”.

Al momento sono 82 i pazienti del Carlo Poma di Mantova curati con pieno successo. E diversi altri sono in attesa negli ospedali di Pavia, Lodi, Crema, Cremona e Milano. Anche a Padova una sperimentazione con il plasma ha dato buoni risultati.

Da sottolineare che la plasmaferesi è una tecnica conosciutissima in medicina fin dal 1880 e i clinici lombardi hanno avuto l’intuizione di usarla proprio in questa circostanza. “Qui di empirico non c’è niente, ma si fa in situazioni di grandi epidemie – sottolinea il dottor Cesare Perotti, direttore del Servizio Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del Policlinico San Matteo di Pavia, che insieme al Carlo Poma di Mantova ha avviato la sperimentazione – C’è una validazione della terapia con il plasma iperimmune che non ha eguali nel mondo”.

Il dottor Perotti ammette che ogni plasma è fatto in modo diverso, perché ogni singolo donatore è diverso. Ma loro, i medici, sono in grado di comprendere quale usare per ogni caso specifico, sulla base appunto del gruppo sanguigno. Spiegata un po’ banalmente, gli anticorpi del guarito passano al malato, il quale non produce assolutamente nulla. Ma questa infusione diventa sufficiente per salvarlo. Le testimonianze non mancano davvero. Come ha raccontato a Radio 24 il dottor Mario Scali, medico di famiglia in servizio a Parma e infettato dal virus, si trovava in terapia intensiva a Mantova e, subito dopo la prima infusione di plasma, ha cominciato a sentirsi meglio. Nel giro di 48 ore era tornato nel reparto di degenza e poco dopo è stato dimesso per fare la convalescenza a casa.

Come spiega il dottor Stefano Biasioli, primario ospedaliero in pensione, la produzione di plasma può essere ottenuta o con la tecnica della campana (Centri Trasfusionali) o con la “tecnica in linea” (Nefrologie-Emodialisi). Il plasma così prodotto è sicuro (le leggi italiane sono molto stringenti a questo riguardo) e può essere stoccato e usato quando serve. Un esempio è una banca del plasma che verrà realizzata in Veneto, grazie alla donazione di 3600 persone guarite. Ma anche a Pavia, spiega il dottor Perotti, stanno accumulando plasma per un’eventuale seconda ondata di contagi. Da sottolineare che, al contrario di certi farmaci antivirali che costano una fucilata, una sacca di plasma costa in tutto 82 euro. Per cui non è neanche vero che questo metodo sia costoso.

Ma c’è un altro aspetto che fa riflettere. “Il ricorso al plasma dei guariti – sottolinea il dottor Biasioli – significa uscire dall’industria chimica ed entrare nel concetto biologico del trattamento”. Un concetto, tanto per mettere i puntini sulle “i”, che finora è stato avversato nel mondo come in Italia.

Tutto bene, dunque? Ma neanche per idea. Tanto per fare un esempio, la Regione Emilia-Romagna frena circa la possibilità di adottare la plasma terapia per affrontare il Coronavirus. “Una risorsa terapeutica importante – riconosce il professor Pierluigi Viale, componente dell’Unità di crisi regionale Covid-19 e direttore dell’unità operativa di Malattie Infettive del Policlinico Sant’Orsola di Bologna -, ma i dati ancora scarsi non consentono di trarre conclusioni definitive”.

Ma sono poi così scarsi i dati sull’uso del plasma in medicina? Secondo il professor Guido Silvestri, ordinario e capo dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta, direttore della Divisione di Microbiologia e Immunologia allo Yerkes National Primate Research Center e membro dell’Emory Vaccine Center: “L’uso di plasma o siero convalescente per trattare malattie infettive è stato introdotto nella pratica medica da oltre un secolo. Nel Department of Pathology alla Emory – spiega il docente – lo abbiamo usato con successo nel 2015 in pazienti con Ebola. Nel caso di Covid-19, il plasma convalescente è stato usato in vari studi effettuati durante la prima fase della pandemia in Cina e sul tema due miei Vice Direttori, John Roback e Janette Guarner, hanno scritto un editoriale pubblicato sul prestigioso JAMA il 27 marzo 2020. In America – aggiunge Silvestri – il trattamento è stato approvato dalla FDA (U.S. Food and Drug Administration) nel marzo 2020, e ad oggi sono stati praticati gratuitamente oltre 5200 trattamenti con plasma donato da oltre 8000 soggetti convalescenti (da cui consegue che chi insinua che la terapia con plasma convalescente sia “boicottata” dagli americani è un emerito imbecille). Come sempre – precisa Silvestri – in medicina è importante attendere il risultato di studi controllati prima di emettere giudizi definitivi in termini di efficacia di un trattamento terapeutico”.

Il professor Silvestri, che si congratula con i colleghi di Mantova De Donno e Franchini per i risultati che hanno ottenuto, aggiunge che, chi desidera approfondire l’argomento, può leggere le seguenti pubblicazioni: Bloch EM et al., Deployment of convalescent plasma for the prevention and treatment of Covid-19. J Clin Invest 2020, con autori di Johns Hopkins, Mayo Clinic, Stanford, Wustl, Columbia, NY Blood Center, Michigan State, Albert Einstein e Brown.

Da tutto questo si deduce che l’uso del plasma nella patologia del Covid-19 tutto può essere, tranne che sconosciuto alla scienza. A meno che non ci siano certi medici italiani che, poco avvezzi all’inglese, pensano che il mondo scientifico giri solo intorno agli angusti confini nostrani. Di fatto, comunque, il dottor De Donno in questi giorni ha subito attacchi da tutte le parti. In altre parole, invece di congratularsi con lui e i suoi colleghi per i brillanti risultati ottenuti nella lotta contro il virus, molti docenti che in questi giorni hanno piantato le tende davanti alle telecamere per pontificare su tutto, lo hanno preso di mira.

Un esempio è stato il suo intervento a “Porta a Porta” di martedì 5 maggio, quando la sua intervista è stata bruscamente interrotta, senza alcuna spiegazione. Gli attacchi sono stati così numerosi e pressanti che alla fine De Donno ha deciso di chiudere la sua pagina Facebook e gli altri servizi sui social, isolandosi in completo silenzio stampa. Ma perché tante resistenze, se all’estero il suo lavoro è stato così apprezzato? “Ci ha contattato un alto funzionario dell’ONU, il console del Messico, autorità statunitensi…tutti hanno manifestato interesse per il nostro protocollo e si sono complimentati per il nostro lavoro – ammette il dottor De Donno – E sono già numerose le università che ci hanno offerto un posto nei loro centri di ricerca. Spesso non sono riuscito a trattenere le lacrime. Al contrario nessun segnale è arrivato dal mio ministro alla Salute o dall’Istituto Superiore di Sanità. E questo, per un ricercatore che fa il medico ospedaliero come me, e che si è speso in prima persona in questa pandemia, è fonte di grande dolore. La plasma terapia rappresenta una chance che stiamo dando al nostro Paese, una strategia terapeutica per cambiare la sorte di questa pandemia e dei pazienti. Poi, se la sperimentazione dimostrerà che mi sto sbagliando, sarò il primo a dire agli italiani: ‘Scusate, ho preso una cantonata’. Ma non penso sarà così…”.

Insomma, per quale motivo è nato questo ostracismo? Le ragioni possono essere diverse. Prima di tutto, ci sono sempre l’invidia e la gelosia così tipiche del costume italiano, in qualunque contesto. Riconoscere che un collega è stato più bravo, costa sempre molto. Anche a livello scientifico. Poi c’è il sospetto che qualcuno si voglia approfittare di questa tragedia mondiale per fare business. E non sarebbe la prima volta. Basti ricordare l’inchiesta della Procura di Roma su un traffico internazionale di virus nel 2014. Allora si parlava di un eventuale business delle epidemie che seguirebbe una cinica strategia commerciale. Se a tutto questo si aggiunge che qualcuno potrebbe vedere nella pandemia di Covid-19 un sistema per consolidare situazioni di potere, allora il cerchio si chiuderebbe. Il problema per questi signori è che, comunque, è difficile arrestare il bene se questo viene conosciuto. È proprio di queste ore la notizia che altre regioni, dalla Val d’Aosta alla Puglia, dopo aver visto i risultati ottenuti a Mantova e a Pavia, hanno chiesto il permesso di sperimentare la stessa terapia di plasmaferesi. E quando anche altrove i pazienti guariranno, allora sarà fatta giustizia. Per un Paese fondamentalmente contraddittorio come l’Italia, non è cosa da poco.

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