La pandemia, con tutte le conseguenze che ha portato, ha reso ancora più delicato il lavoro di chi si occupa dei nostri cari non più autosufficienti all’interno delle RSA. L’arrivo della vaccinazione è stato come un momento di aria fresca, una speranza per un futuro di ritorno alla normalità. Di questo e altro abbiamo parlato con Danilo Temporini, che ci ha raccontato l’esperienza della struttura Joy Srl.

Con che spirito ospiti e collaboratori hanno affrontato la vaccinazione?

Inizialmente c’era del timore generale, com’era prevedibile e normale che fosse. I metodi di divulgazione delle notizie sono tantissimi e tutti noi siamo bombardati tutti i giorni su più fronti da tantissime notizie, non sempre tutti sono in grado di individuare le fonti certe. Però grazie alle spiegazioni quotidiane delle nostre dottoresse (Bolli Ester Direttore Sanitario e Guzzone Valentina Vice Direttore e medico di struttura), i dubbi sono stati sciolti e la compliance alla vaccinazione è stata altissima.

C’è stata molta emozione il giorno del richiamo vaccinale?

Il giorno del richiamo è stato forse meno emozionante rispetto alla giornata della prima dose, ma vissuto con più consapevolezza, dall’organizzazione logistica, in cui la struttura si presentava già rodata e dall’esperienza precedente, ottima in tutti i suoi punti di vista, all’inoculazione della seconda dose, che ha segnato un altro punto importante del nostro percorso di squadra. I medici dell’Asl3 sono stati come al solito molto efficienti. Abbiamo lavorato tutti come una grande famiglia di modo che anche in quel giorno tutto potesse filare liscio.

In che modo è cambiato il lavoro nella vostra RSA con l’arrivo della pandemia?

La pandemia ha segnato tutti professionisti dal punto di vista emotivo, psicologico, umano. Sono stati tempi durissimi, il lavoro era moltiplicato, i tempi assolutamente dilatati. Le dottoresse lavoravano h 24 in pratica perché purtroppo con la reperibilità notturna venivano contattate in continuazione. Abbiamo cercato in tutti i modi di lavorare al meglio delle nostre potenzialità adottando le misure di prevenzione in maniera assolutamente minuziosa. C’è da dire che avevamo già un’alta formazione in prevenzione e management del rischio infettivologico, avendo in struttura pazienti colonizzati da altre tipologie di patogeni.

Non poter vedere i propri cari a lungo è stata dura per gli ospiti delle RSA. Come li avete supportati?

Abbiamo cercato in tutti i modi di favorire il contatto paziente-paziente adottando un iPhone di struttura dedicato, dove quotidianamente venivano eseguite decine e decine di videochiamate, inviate foto, messaggi, piccoli video. Le nostre animatrici e psicologhe hanno lavorato ininterrottamente per cercare di tenere il più possibile vivo il filo conduttore con l’esterno.

Micol Burighel

 

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