Ritorno alla fase 2 #possouscire

La tanto temuta fase 2 è iniziata! Da questa settimana metà della popolazione è fuori.

Non più #restoacasa ma #possouscire. Dal momento che siamo ancora obbligati a riempire un modulo di autocertificazione si comprende bene che questa è solo una fase di passaggio: di fatto siamo tutti ancora in “libertà condizionata”.

Comprendiamo però che la fase acuta è passata o quantomeno non così più pericolosa da tenerci obbligatoriamente reclusi. Possiamo ritornare gradualmente alle nostre attività anche lavorative con spostamenti limitati, con qualche concessione di contatti aggiuntivi come il ricongiungimento con i nostri cari.

Perché ho parlato di 2° fase “temuta”, perché siamo in una situazione di area test, in cui nessuno sa cosa realmente accadrà: non sappiamo se ci riammaleremo e se dovremmo di nuovo ritornare in casa, come già successo in altre nazioni prima di noi.

Personalmente questa fase 2 mi piace. Sono potuto ritornare al lavoro che un po’ mi mancava, ho ritrovato i miei spazi, la scrivania, il mio computer “grande”. Non ne potevo più del notebook dallo schermo limitato. L’unica pecca la difficoltà della condivisione degli spazi con altri a causa della distanza necessaria, della mascherina che sinceramente con il caldo e gli occhiali trovo insopportabile.

Il primo giorno ho avuto una sensazione da day after. La gente che si muoveva a fatica come manichini impacciati, i cartelloni pubblicitari fermi alla data del 23 febbraio, negozi chiusi, vetrine allestite con prodotti della stagione precedente. L’immobilità di chi è uscito di casa ma non ha potuto più rientrarvi. Lasciato tutto lì, incompiuto appunto, come nel film di Nicholas Meyer.

Cosa abbiamo imparato da quanto è accaduto? Cosa porteremo con noi? Cosa cambierà? Tutte domande che ci stiamo ponendo man mano che ritorniamo.

Non sappiamo cosa accadrà non possiamo fare previsioni. Ci troviamo in un mondo nuovo che ci obbliga a rimettere tutto in discussione. Qualcosa di diverso che ancora non conosciamo ma che è certo non sarà più la normalità.

Di cosa avremmo potuto fare a meno e invece quello che ci è stato indispensabile per sopravvivere, questo già lo abbiamo già imparato.

Non avremmo certo potuto fare a meno dell’uomo e delle sue conoscenze in campo scientifico e medico. Delle tecnologie non solo in ambito medicale ma anche digitale, che ci ha permesso di restare collegati tra di noi anche quando era impossibile restare vicini.

Della natura e dei prodotti della terra, che ci ha permesso di nutrirci e di sopravvivere. Del lavoro manuale dell’uomo e della catena di lavoratori che tutti i giorni ci hanno permesso che non mancasse mai né cibo né i prodotti che cercavamo ( i trasportatori, i mercati ortofrutticoli, il grande e piccolo negozio,  ecc. )

Un grazie particolare va a tutti i ragazzi che consegnano in bicicletta (i runner) che, correndo per la città avanti e indietro tutti i giorni, ci hanno consegnato di tutto. Dalle cose importanti a quelle un po’ meno. Quelli che molto spesso vengono sottopagati o privati dei diritti essenziali di contratti di lavoro equi. Ecco propongo di ricordiamoci di loro quando verremo risucchiati dal nostro immancabile senso di egoismo che di fatto ci rende gli unici (il genere umano) allergici al cambiamento della storia.

La Direttrice
Daniela Ameri

 

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