New York riapre e dal Coronavirus passa alle proteste antirazziali

Dalle sirene delle ambulanze alle sirene della polizia 

Finalmente New York riapre, anche se solo per la fase uno. E, come per tutti gli Stati Uniti, la città passa da una crisi all’altra senza aver finito la prima. Dal Coronavirus alla violenza nelle strade con le proteste antirazziste per George Floyd.

Una città che ha costretto molti commercianti a vendere compensato per chiudere le vetrine dei negozi spaccate dai terroristi di estrema sinistra di Antifa.

New York City con 8,4 milioni di residenti ha avuto fino ad oggi 211.000 contagi e 22.000 morti (i due terzi di tutto lo Stato) e ha costruito, come è costume di questa città, una serie di immagini diventate icone.

I due camion non refrigerati pieni di cadaveri parcheggiati davanti a un’agenzia di pompe funebri sommersa dal lavoro; le fosse comuni nell’isola di Hart; l’ospedale da campo dei “Buoni Samaritani” costruito in Central Park; le migliaia di persone sdraiate in Times Square unite nella protesta dilagata in tutta l’America. Giovani uniti da due messaggi semplici e pesanti al tempo stesso: “non respiro” e “le vite dei neri contano”.

Ma oggi, nonostante tutto questo, 400.000 persone che sono state chiuse in casa per mesi potranno tornare a lavorare e potranno uscire legalmente anche di notte perché scade anche il coprifuoco in vigore da dieci giorni.

Molti newyorkesi dicono di “essere passati dal suono costante delle sirene della ambulanze a quello costante delle sirene della polizia”. Un momento di “pazzia” generale inimmaginabile in qualsiasi città del mondo ma che a New York ha un valore doppio per le grandi diseguaglianze sociali ed economiche esistenti.

I più ricchi nemmeno hanno sentito questi mesi di crisi, se ne sono andati immediatamente sulle spiagge della Florida o della California. Nelle aree più esclusive come l’Upper East Side nei due mesi centrali del Coronavirus i residenti sono diminuiti di oltre il 40%. Una “social distancing” a colpi di carte di credito.

La maggior parte dei negozi della Fifth Avenue, coperti da pareti di compensato per una prima provvisoria difesa in attesa dei cristalli nuovi, riapre e la città ritorna lentamente a vivere.

Lo ha fatto molte volte, anche dopo l’11 settembre, ma questa volta con una mescola di drammi e crisi differenti: razzismo, violenza della sinistra, durezza della polizia, Coronavirus.

“Speriamo – dice qualche manifestante – che in questi giorni il virus si sia distratto, altrimenti sarà una nuova strage di contagi”. Ma New York non è una città fatta per il distanziamento sociale.

Gli stretti contatti sono l’essenza stessa della grande metropoli, l’energia vitale. I musei, i ristoranti, i teatri, la metro tutto è rivolto ai turisti. Le autorità locali pensano che la metà delle realtà con meno di dieci dipendenti non riaprirà e che la città non ritornerà ad essere quella di prima per molti anni.

In ogni caso questi tre pazzi mesi hanno mostrato che a New York, come in tutto il Paese, “il virus ammazza ma la violenza e le diseguaglianze contro le persone di colore ammazzano ancora di più”. Il Coronavirus ha colpito maggiormente gli afroamericani perché più deboli a livello sanitario (non avendo assicurazione medica si curano meno) con diabete, problemi cardiovascolari e povertà. E la povertà ha aumentato le distanze.

Una lezione per tutti, ma per New York ancora di più.

Daniele Rosa

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