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NeuroCovid: gli effetti neurologici del coronavirus

Gli studi relativi all’infezione da coronavirus attualmente sono tutti concordi nel ritenere che ci sia anche un interessamento neurologico, e che il virus Sars-Cov-2 possa colpire il sistema nervoso centrale e periferico nonché il muscolo. Tant’è vero che si parla di “NeuroCovid”, per indicare le tante conseguenze che questo virus ha sul sistema neurologico. Ne parliamo con Davide Faga, specialista in Neurologia e Neurofisiopatologia, Consigliere dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Genova.

«I sintomi neurologici in un primo momento sono stati ritenuti secondari rispetto a quelli più “urgenti” relativi alle vie respiratorie. Ma oggi, fortunatamente, anche grazie al progredire degli studi e delle scoperte sul funzionamento del nuovo coronavirus, ricevono una considerazione sempre maggiore. Molti dei pazienti positivi all’infezione da coronavirus riportano anche sintomi neurologici, quali ipo-ageusia, cioè ridotta capacità di percepire i sapori; iposmia, percezione limitata o assente degli odori; neuralgia o ipoestesie, cioè dolori diffusi a tipo nevralgico e alterazione della sensibilità; ipostenie flaccide, cioè deficit di forza localizzato o diffuso agli arti (gambe e braccia) a tipo polineuropatia, come la sindrome di Guillain-Barre. E ancora, mialgie, cioè dolori muscolari, cefalea, vertigini, disturbi dello stato di coscienza, atassia, cioè difficoltà nell’eseguire movimenti volontari, e in alcuni casi disturbi neurologici severi come ictus, crisi epilettiche, delirio, coma, meningoencefalite. Sono talmente tante le complicanze neurologiche dell’infezione da Covid-19 che, oggi, per definirle si utilizza il termine “NeuroCovid”. Tra i sintomi riportati l’iposmia, cioè una ridotta o assente capacità di sentire gli odori, suggerisce agli specialisti che il coronavirus possa, attraverso il naso, raggiungere e infettare il sistema nervoso centrale in regioni critiche della regolazione del sistema nervoso autonomo, oltre che quello respiratorio».

Si tratta di sintomi che si possono manifestare in modo diverso a seconda dell’età e dello stato di salute pregresso della persona infettata? In che modo?

«Ormai è chiaro a tutti che l’età e la presenza di patologie croniche preesistenti influenzano la prognosi nelle persone con Covid-19. La polmonite interstiziale è la conseguenza, meno frequente ma più seria, dell’infezione da Sars-CoV-2; si tratta di una forma particolarmente severa e progressiva di polmonite infettiva, che in pochi giorni può portare a insufficienza respiratoria e richiedere ricovero ospedaliero con trattamenti in terapia intensiva. La sempre maggiore conoscenza dei meccanismi di azione del virus Sars-CoV-2 mette in luce il coinvolgimento non solo a carico dell’apparato respiratorio, ma di molti altri organi e apparati. Molto resta ancora da capire, ma è ormai chiaro che la Covid-19 è molto più di una polmonite; questa condizione colpisce anche l’endotelio (la parete) dei vasi polmonari e scatena manifestazioni trombotiche, ostruendo il normale flusso sanguigno; questa sindrome trombotica infiammatoria polmonare micro vascolare può progredire e dai polmoni, diventare sistemica e coinvolgere altri organi vitali (cuore, il cervello, reni) portando a insufficienza di molteplici organi e a morte. I pazienti positivi al Covid-19 con patologie endoteliali (cioè della parete dei vasi) pre-esistenti, legate a diabete, malattie cardiovascolari, corrono più rischi di avere forme severe della malattia. Pertanto malattie dell’apparato cardio-circolatorio e cerebrovascolari, diabete, disfunzioni metaboliche in generale, obesità e ipertensione pregresse rendono più vulnerabili le persone che contraggono l’infezione da Sars-CoV-2 e fra loro aumenta la probabilità di decesso per Covid-19. Numerosi studi sembrano confermare questi risultati».

Il neurologo diventa dunque una figura fondamentale nella cura del paziente, specie in caso di ricovero…

«Circa il 10% dei pazienti ospedalizzati per coronavirus necessita di assistenza in reparti di terapia intensiva e questo tipo di ospedalizzazione comporta anche un attento monitoraggio neurologico, per verificare l’eventuale insorgenza di problematiche neurologiche e di eventuali complicanze a distanza, post infettive. Il ruolo del neurologo è anche quello di collaborare attivamente con gli infettivologi nell’eventuale scelta delle terapie, tenendo conto delle possibili e importanti interazioni farmacologiche, come quelle tra anti-virali e antiepilettici o anticoagulanti orali».

Effetti neurologici possono protrarsi anche dopo la guarigione o addirittura a medio-lungo termine?

«Per rispondere a questa domanda è, innanzitutto, necessario distinguere tra una reale persistenza dei sintomi, definita “Long Covid”, e sintomi o disturbi insorti in epoca successiva all’infezione Covid, il cosiddetto “Post Covid”. I pazienti che hanno contratto una forma acuta dell’infezione da Covid-19 sono stati ricoverati sia in terapia intensiva, che nei reparti di pneumologia, infettivologia e medicina interna. Tra questi, alcuni hanno avuto degli esiti di tipo respiratorio, altri, soprattutto i più anziani, hanno manifestato anche dei problemi fisici, come una lenta e difficile ripresa della deambulazione e una persistente astenia (stanchezza), durata pure fino a sei mesi. La maggior parte di questi pazienti è definibile “Long Covid”. Alcuni pazienti guariti, risultati negativi ai tamponi di controllo, hanno cominciato a manifestare nuovi malesseri a distanza di settimane o anche alcuni mesi. I sintomi osservati sono prevalentemente di natura cardiologica, neurologica e internistica. In questo caso si tratta di “Post Covid”, ovvero di reazioni comparse a distanza dall’infezione da Covid-19, in alcuni casi direttamente correlate alla risposta infiammatoria, in altri a una reazione immuno-mediata, come alcune forme di encefalopatie demielinizzanti, distinte dalla sclerosi multipla, e alcune polineuropatie, come la sindrome di Guillan-Barrè. Queste reazioni immuno-mediate sono state osservate anche in una certa quota di pazienti che hanno avuto un Covid lieve, ovvero che non hanno necessitato di ospedalizzazione, né hanno manifestato insufficienza respiratoria. Finora sono stati pubblicati pochi studi validi sull’argomento. Tra i principali sintomi descritti: l’astenia, i disturbi cognitivi e di concentrazione, i disturbi del sonno, le mialgie (dolori muscolari), seguite da disturbi depressivi, perdita dell’autonomia e da instabilità, disturbi della vista e formicolii. È stata rilevata anche una stretta correlazione tra il numero dei sintomi neurologici, la gravità dell’infezione Covid, l’età del paziente e il suo stato di salute al momento del ricovero e alle dimissioni. Tra il 30% dei soggetti ospedalizzati, ma che non hanno avuto una forma estremamente grave di Covid-19, i disturbi prevalenti a distanza di sei mesi sono stati di natura depressiva e ansiosa o disturbi del sonno e di concentrazione».

«Al di là della gravità della patologia, chiunque si trovi all’interno di un reparto Covid vive una condizione di isolamento. Il paziente è lontano dalla sua famiglia, tenuto a distanza dagli altri pazienti, alcuni dei quali perdono la vita durante il ricovero, e dal personale sanitario, sempre sovraccarico di lavoro. È una situazione così difficile da affrontare sul piano psicologico, che può condizionare anche il recupero fisico. Una condizione di solitudine è stata spesso vissuta anche al di fuori degli ospedali tra i pazienti che non hanno contratto il Covid, tanto che nei mesi di prolungato isolamento, in cui sono stati alterati i ritmi di vita e le abitudini sociali, sono stati evidenziati un peggioramento dei sintomi comportamentali e un aumento del decadimento cognitivo tra le persone affette da demenza (in Italia ne soffrono oltre 1 milione e 200 mila persone, di cui 720 mila sono colpiti da Alzheimer). Più diffusi anche i disturbi del sonno: se in epoca pre-Covid riguardavano 12 milioni di italiani, oggi ne sono soffrono circa 24 milioni di cittadini».

Paola Pedemonte

Davide Faga è nato a Genova il 24/02/1965 e raggiunge la maturità classica al liceo Calasanzio nel 1984. Subito dopo si iscrive al Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Genova negli anni dove consegue la laurea in Medicina e Chirurgia il 30/07/1995 (con punti 103/110) discutendo la tesi “Effetti della contrazione volontaria del soleo sul riflesso H”. Nel 1996 consegue l’abilitazione all’esercizio della professione di Medico-Chirurgo. Tra il 1993 e il 1995 ha frequentato, in qualità di studente, la Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Genova (ora Dipartimento di Scienze Neurologiche e della Visione). Tra 1996 e 2000 frequenta, in qualità di medico specializzando, la Scuola di Specializzazione in Neurologia presso la Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Genova (ora Dipartimento di Scienze Neurologiche e della Visione) dove nel 2000 consegue la specializzazione in Neurologia (con punti 50/50) discutendo la tesi “Sindrome di Guillain-Barrè e Terapia Intensiva”. Dal 1 giugno 2003 presta servizio in qualità di Dirigente Medico I livello presso il reparto di Neurologia dell’Azienda Ospedaliera Villa Scassi di Genova Sampierdarena, prima, Asl 3 genovese, dopo, dove, inoltre, svolge attività di routine diagnostica nell’ambulatorio di neurofisiologia clinica.

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