Libro di Lorenzo Tosa "Un passo dopo l'altro"Se avete un account Facebook, lo conoscete per forza. Lorenzo Tosa, genovese classe 1983, conta sul social di Mark Zuckerberg centinaia di migliaia di follower: quasi 400mila. Giornalista professionista ed ex responsabile comunicazione pentito del Movimento Cinque Stelle della Liguria, ha creato sulla sua pagina Facebook uno spazio di condivisione e dibattito, in cui commenta le notizie della giornata, senza aver paura di esporsi. I valori e le parole in cui crede sono: solidarietà, integrazione, resistenza, diritti civili e umani, democrazia. Di questo e altro parla nel suo libro “Un passo dopo l’altro. Viaggio nell’Italia che resiste, nonostante tutto” (qui la versione digitale). 

Il suo nuovo libro “Un passo dopo l’altro” parla di un viaggio in treno per l’Italia intera, attraverso personaggi della nostra storia e cultura e nuove idee di società: in che direzione sta viaggiando Lorenzo Tosa? Verso quale futuro?

Lorenzo Tosa: “Difficile da dire. Diciamo che ho imbucato una strada, una rotta, per certi versi stimolante, per altri molto difficile. A volte mi chiedono “Ma tu di preciso che lavoro fai?”. Una domanda alla quale non so più rispondere con esattezza. Sono giornalista professionista e lo rivendico con orgoglio, cerco di farlo tutti i giorni portando un po’ di giornalismo sui social, con il linguaggio, inevitabilmente, dei social. Ma sono anche in questo momento, con Un passo dopo l’altro, una sorta di narratore, uno scrittore. 

E anche in qualche modo – lo dico senza vergogna – un po’ un attivista social. Perché cerco sempre di raccontare la mia idea di mondo, che è un’idea inevitabilmente parziale. Non credo che oggi il giornalista sia o debba essere necessariamente super partes. Anzi, credo che quello che faccia del giornalista un buon giornalista sia l’onestà intellettuale di fondo. Nel momento in cui c’è quella, allora c’è tutto quello che deve avere il giornalista. È quello che io cerco di fare tutti i giorni. Raccontare una mia idea di mondo che è necessariamente di parte, è necessariamente militante e che, poi ho scoperto col tempo, condividevano tante persone. Oggi siamo una comunità – mi piace chiamarla così – di 400mila follower che condividono quel pezzo di umanità che provo a raccontare tutti i giorni e che poi ho portato anche sulla carta.”

Quando e come è nata l’idea del libro? 

Lorenzo Tosa: ”Ha due genesi: ce n’è una pratica, più prosaica. È nata con una mail. Mi ha contattato quella che poi sarebbe stata la mia editor, Lara Giorcelli, proponendomi questa sfida. Trasformare quelle che in quel momento erano solo tante idee virtuali, dei post slegati in qualche modo l’uno dall’altro, trasferirli sulla carta stampata e farne un libro, ricostruendo una storia più ampia

Mi sono subito reso conto di una cosa. Non è possibile trasferire esattamente una pagina Facebook su un libro: non sarebbe un’operazione intellettualmente onesta perché sono  strumenti completamente diversi. Quello che ho cercato di portarmi dietro per il libro è stato lo spirito che teneva insieme tutte queste storie, tutti questi frammenti di umanità. Veri e propri atti di resistenza civile, culturale e anche politica per certi versi. 

Mi piace dire che questo libro non parla di politica ma in qualche modo è anche un libro profondamente politico. Perché racconta un’idea di politica che non si fa necessariamente nei palazzi o nelle piazze, ma si fa nella vita quotidiana delle persone, nell’intimità anche di una scelta coraggiosa. Che sia nella grande storia, quella con la s maiuscola, come nel caso di Liliana Segre,  o anche in piccoli gesti di resistenza come quello di Potito, il dodicenne che è sceso in piazza da solo per il Friday For Future, con un cartello in mano, in un piccolo paese del foggiano. Ecco, in questi atti di resistenza ci ho trovato una forza, una resistenza politica di cui oggi abbiamo incredibilmente ha bisogno. E anche per questo è nato questo libro”.

“Un passo dopo l’altro” è un viaggio da Nord a Sud per tutta la penisola: da dove parte e dove arriva? Ci racconta le due tappe “estreme”, quella più a Nord e quella più a Sud? 

Lorenzo Tosa: “Come racconto anche nel libro, questo è un viaggio particolare. Non è un viaggio unico e unitario ma è fatto a tappe, a strappi, a fughe e ritorni, proprio perché siamo nel bel mezzo punto di una pandemia. Una situazione che ha po’ scombussolato i miei piani iniziali. Quando sono partito la mia idea era di prendere un treno e farmi tutte le tappe della penisola legate alle storie che racconto nel libro. Le storie dovevano essere simbolicamente – e in parte lo sono – le stazioni di questo viaggio in treno, compiuto fisicamente da me come viaggiatore e narratore.

Quello che poi è successo è che il viaggio è stato ovviamente interrotto da un lockdown e poi è ripartito. Magari a volte anche con altri mezzi. Lo racconto nel libro: con il medico di Bergamo, Daniele Macchini, è stato inevitabilmente un incontro a distanza. Ci siamo incontrati e parlati attraverso Skype e mezzi virtuali, proprio perché lui in quel momento era in quarantena in casa, ad aspettare il quarto tampone, quello finalmente positivo. Lo abbiamo quasi festeggiato insieme, è stata una liberazione per lui e un momento di commozione per me. 

Quindi è stato un viaggio con più mezzi, anche multimediali, con tappe virtuali e fisiche. Per quanto riguarda le tappe, la prima è stata Genova, la mia città, da cui parte il viaggio. Parte da un personaggio, di cui mi onora essere concittadino, che è Luciana Sacerdote, amica pluridecennale di Liliana Segre con cui ha condiviso l’orrore dei campi di sterminio. Poi sono stato a Milano, in questo caso, in una deviazione di fatto dalla rotta tirrenica, a incontrare Liliana Segre. Sono stato a Torino a trovare Chiara Trevisan, il viaggio è passato anche virtualmente da Bergamo, da Stornarella nel Tavoliere delle Puglie. Poi è finito simbolicamente a Riace, in questo ultimo, forse impossibile, presidio di umanità che è rappresentato dall’utopia di Mimmo Lucano. Un sogno di accoglienza, integrazione, solidarietà, che è stato distrutto prima dai giudici e poi soprattutto dalla politica.”

Il sottotitolo del suo libro è “Viaggio nell’Italia che resiste, nonostante tutto”: nonostante cosa? Come resistere nel 2020, quali mezzi usare? 

Lorenzo Tosa: “Il “nonostante tutto” nasce da uno spunto, da un’idea dell’editor di  Mondadori, che si è accorto, leggendo le bozze del testo, che c’era un “nonostante tutto” che ritornava continuamente. Non me n’ero neanche accorto. Mi ha fatto notare come tornasse nel testo questa formula, “nonostante tutto”. Come se ci fosse sempre un ostacolo da superare. Un ostacolo che è stato inevitabilmente la pandemia. Quindi “nonostante tutto” quello che è capitato a tutti noi, non solo in Italia ma a tutta l’umanità. Questa emergenza sanitaria ci ha fatto spostare da una dimensione all’altra dell’essere, siamo di fronte a un cambiamento epocale. 

Quindi, Italia che resiste nonostante il coronavirus e tutte le difficoltà sanitarie che stiamo vivendo. Ma anche nonostante la stagione dell’odio, della rabbia, del populismo sovranista che pompa odio nelle vene della società. E lo fa attraverso mezzi che conosciamo tutti: i social, la tv ma anche i mezzi della politica. La politica è diventata il motore di quest’odio. Quando ho iniziato a lavorare sui social mi sono accorto che era a tutti gli effetti una giungla in cui vigevano odio, rabbia sociale, fango, la cattiva notizia a tutti i costi, la fake news usata scientemente da organizzazioni politiche.

Ecco, quello che ho provato a fare, il piccolo atto di resistenza con cui contribuisco a questa storia e a questo libro, è stato usare i social come mezzo di resistenza. Dire “esiste un’altra narrazione, un’altra storia è possibile”. Fatta di belle persone, di belle storie, positive, di speranza. Mi sono reso conto che non era vero quello che si credeva dei social, che per avere successo si dovesse per forza dare la notizia negativa o gettare fango su altri. Ho scoperto una fame di belle notizie, di belle storie, di positività e anche di quello che veniva derubricato a buonismo. Che poi in realtà si tratta  semplicemente di quella parola, bontà, che abbiamo demonizzato negli ultimi anni e a cui dovremmo tornare. Nel mio piccolo ho provato a raccontare anche di questo nel mio libro.”

Su Facebook ha quasi 400mila persone che la seguono: in che modo è riuscito a costruire una community così affiatata e attiva? 

Lorenzo Tosa: “Questa comunità è nata sulla solitudine: ora lo so e lo posso dire con certezza. Nel 2018, quando ancora ero responsabile comunicazione – ahimè – del Movimento Cinque Stelle della Regione Liguria, vivevo con una solitudine estrema questa stagione dell’odio che stava nascendo e iniziava a carburare. Era il periodo della Diciotti, dei migranti trattati come carne da macello dalla propaganda politica. MI sono trovato solo in mezzo a quest’onda e a essere un po’ pistone di questa propaganda social che i Cinque Stelle avevano deciso di seguire alleandosi con la Lega, virando verso la peggiore destra xenofoba e razzista di questo paese.

Lì qualcosa si è rotto. Ho capito che non potevo più accettare questo ruolo politico. Non era più un ruolo solo professionale ma metteva in gioco anche i valori della mia coscienza. Allora ho deciso, con un atto che non definirei coraggioso ma inevitabile, di lasciare, di licenziarmi. Ho scritto così un post su Facebook di cuore, in cui raccontavo una mia idea di mondo. Banalissima, normalissima in un paese civile: parlavo di europeismo, di diritti civili, di diritti umani, di recupero della parola integrazione, solidarietà, di unioni civili. Temi che dovrebbero essere alla base dell’agenda di un Paese sano, liberale e democratico al giorno d’oggi. Invece mi sono reso conto che questi temi erano stati ufficialmente rimessi in discussione.

Quel post lì, che è diventato virale, ha innescato un meccanismo per cui tantissime persone hanno iniziato a sentirsi meno sole. La mia solitudine veniva lenita dalla loro e insieme ci sentivamo un po’ meno soli. Una persona a una presentazione si è alzata per farmi una domanda e poi mi ha detto: “ Sai cosa apprezzo della tua pagina? Non tanto che ci dai le notizie, ma il fatto che io leggendola mi senta meno sola.” Ed è la stessa sensazione di solitudine che oggi non sento più, che provavo in quel momento storico e che ho cercato attraverso i social di superare. Così è nata questa comunità. È pazzesco come i social, se usati bene, possano creare quel senso di comunità e appartenenza che si è sviluppato anche sulla mia pagina. E allontanare la solitudine, che tutti in quel periodo vivevamo e che adesso pian piano stiamo superando.” 

Micol Burighel 

 

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