L’impotenza dopo il cancro alla prostata colpisce 3 milioni di italiani: una soluzione si chiama protesi peniena

Una volta superato, tra mille difficoltà, il cancro alla prostata, molti over 50 si trovano colpiti dal drammatico problema dell’impotenza. Questa condizione riguarda ogni anno migliaia di italiani, che dopo essere stati sottoposti a un intervento di rimozione totale della prostata si trovano ad avere problemi erettili. Il disturbo non è da sottovalutare, in quanto è in grado di condizionare drasticamente la qualità della vita dei soggetti colpiti da questa disfunzione con effetti psicologici a volte molto pesanti; anche perché a risentirne è la vita di coppia che si vede privata della sessualità.

In molti casi le terapie farmacologiche, che ormai danno ottimi risultati nei soggetti colpiti da impotenza ma che non hanno dovuto subire l’asportazione prostica, non sono sufficienti e l’unica strada percorribile è quella di ricorrere all‘impianto di protesi peniene di ultima generazione, un accorgimento che garantisce un ritorno a una normale attività sessuale. L’inefficacia delle normali terapie farmacologiche è dettata dal fatto che durante l’asportazione chirurgica della prostata, spesso vengono irrimediabilmente lesionati i nervi che consentono l’erezione, per questa l’unica strada percorribile è quella della protesi.

A oggi sono circa tre milioni gli italiani over 50 affetti da questo tipo di impotenza post operatoria, che colpisce anche i pazienti operati con le più moderne tecniche di asportazione che sono in grado di salvaguardare a livello fisico i nervi dedicati all’erezione. Nonostante questi accorgimenti, il 30-40% degli operati manifesta comunque impotenza e difficoltà erettili. Uno dei centri maggiormente specializzati nell’impianto di protesi peniene è l’ospedale di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, un punto di riferimento per questo tipo di intervento.

Rispetto al passato, le moderne protesi peniene tricomponenti di ultima generazione inducono un’erezione molto simile a quella fisiologica e garantiscono una sensibilità e un’eiaculazione paragonabile a quelle dei soggetti non affetti da questa patologia.

Ma quali differenze ci sono tra le protesi di prima generazione, definite anche protesi malleabili e le più evolute protesi tricomponenti? Entrambe le protesi prevedono l’inserimento nei corpi cavernosi del pene di due cilindri, nel caso della protesi malleabile questi due cilindri garantiscono una rigidità del pene costante, che permette sia l’atto sessuale, che una flessione del pene sufficiente a tenerlo negli slip senza troppi fastidi.

La protesi tricomponente invece è una protesi idraulica nella quale i due cilindri inseriti nei corpi cavernosi sono gonfiabili attraverso un dispositivo di controllo interno allo scroto e un serbatoio di liquido posizionato vicino alla vescica. In questo modo si crea un sistema a circuito chiuso, dove il liquido viene trasferito ai due cilindri per ottenere l’erezione del pene che successivamente viene ri-trasferito, sempre utilizzando un comando manuale nel serbatoio d’origine per porre fine all’erezione e ottenere nuovamente la flaccidità peniena.

Attualmente questo metodo è l’unico in grado di offrire ai soggetti che decidono di adottarlo un’attività sessuale molto simile a quella naturale.

Andrea Carozzi

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