L’altra età dei social

Scrive “La Repubblica” del 19 Aprile 2016:

“Facebook, Twitter e Instagram stanno diventando adulti. Dalle chat con figli e amici alle notizie sullo schermo, oggi i a frequentarli sono sempre di più gli over 65, protagonisti di una nuova rivoluzione digitale

Leggere il giornale a letto la mattina presto, ingrandire il testo sullo schermo tattile, tenersi in contatto con figli e nipoti attraverso Facebook e WhatsApp, controllare le previsioni del tempo, parlare con amici e parenti sfruttando Skype, condividere foto con Instagram. Il Web sta diventando sempre più adulto e il fatto che sia frequentato da persone che hanno più di sessantacinque anni è norma, o quasi. Sui social i primi baby boomers sono i protagonisti di una nuova rivoluzione, l’ennesima.
Stanno colonizzando Facebook con tassi di crescita a doppia o tripla cifra. In Italia, stando alla ComScore, in un anno gli accessi sono aumentati del sessantacinque per cento. Sul sito di Mark Zuckerberg siamo oltre l’ottanta per cento, su Instagram si superano i duecento punti percentuali, Twitter ha un più cento per cento. E parliamo di accessi da smartphone. Picchi del genere per le altre fasce di età sono ovviamente impossibili. Fra chi ha diciotto e ventiquattro anni la crescita è al nove per cento e si azzera per chi è a cavallo fra i venti e i trent’anni. Il Censis conferma e sottolinea il fenomeno in atto.
Negli Stati Uniti tre anni fa solo un quarto degli ultra sessantacinquenni aveva un profilo su LinkedIn e su siti simili, ora quel numero è salito al trentacinque per cento. Almeno stando all’ultima ricerca del Media Effects Research Laboratory alla Penn State University in Pennsylvania. I numeri assoluti sono ancora dalla parte dei più giovani: da noi poco meno del ventinove per cento di chi ha più di cinquantacinque anni è ora su Facebook, il quindici fra i sessantacinque e i settantacinque anni. Eppure il venti per cento degli ultra sessantacinquenni usa ogni giorno la tecnologia.
«Il punto è che in un anno e mezzo sono raddoppiati e parliamo di persone che sanno adoperare un’app», spiega Fabrizio Angelini, a capo di ComScore Italia. Quindi la barriera di utilizzo viene sempre più sorpassata e su scala nazionale. «Pensi — continua lui — al primo posto ci sono i liguri. Al secondo però sono seguiti dai siciliani. Molti usano il commercio elettronico e gestiscono il conto in banca via smartphone. La vera discriminante, in prospettiva, sarà il livello di scolarizzazione e non più quello anagrafico. Anche se WhatsApp ad esempio lo adoperano già ora davvero tutti».
A differenza di quel che successe anni fa con la prima generazione di utenti dei social network, si accede per avere la possibilità di comunicare. «Raramente avviene perché qualche conoscente lo chiede», ha commentato Shyam Sundar, condirettore del Media Effects Research Laboratory subito dopo la pubblicazione della ricerca. «Ogni piattaforma è adoperata come strumento puro». È una differenza sottile ma significativa. A settembre del 2009, quando Facebook aveva trecento milioni di utenti, Peter Lang, all’epoca professore di architettura alla Texas A&M University, aveva notato: «I miei studenti non leggono né mandano più mail. Ogni cosa, a cominciare dall’organizzazione dei corsi, passa per Facebook. Ormai vivono lì la loro vita digitale». Per i sessantenni è diverso. Adoperano Whatsapp & Co. per fini circoscritti e non per senso di appartenenza. Usando gli stessi dispositivi dei millenials. Lo dimostra il fallimento commerciale di tutti quei telefoni e tablet con i tasti enormi pensati per chi è in là con l’età, come se il dato anagrafico porti necessariamente ad una tecnologia diversa, semplificata come quella per i bambini piccoli, rispetto a ciò che adoperano tutti. E lo dimostra ancor più lo scarso successo di social network pensati per la terza età come Tapesty.
A Copertino vicino Lecce, che citiamo non foss’altro per la prossimità fonetica con la Cupertino californiana dove ha sede la Apple, nelle scuole elementari le insegnanti hanno imparato a usare da tempo tablet nella didattica e anche loro non fanno parte dei cosiddetti nativi digitali. Anzi. Lo ricorda Giuliano Sangiorgi, classe 1979, voce e chitarra dei Negramaro che ha una madre insegnante proprio da quelle parti che a suo giudizio è molto più avanti di lui in fatto di tecnologia. Insomma, chi ha più di sessantacinque anni oggi c’entra poco o nulla con chi aveva la stessa età quando il Web da noi era ancora un universo per pochi guardato con sospetto.
La Cattolica di Milano li chiama giovani anziani, per la loro competenza nel sociale e nel digitale. E l’Italia è all’avanguardia in questo slittamento progressivo della terza età così come è sempre stata percepita. «La differenza fra nativi digitali e immigrati digitali di Marc Prensky (professore statunitense, ndr.) è acqua passata», sottolinea Fausto Colombo, direttore del dipartimento di scienze della comunicazione della Cattolica di Milano. «Potrà anche non essere alfabetizzato all’ultima rivoluzione digitale, ma questo non significa che un sessantenne o un settantenne non sappia usarla. Il venticinque per cento di chi ha fra i sessantacinque e i settant’anni infatti la adopera. Più andiamo avanti, più dovremmo rivedere quella nostra idea di anzianità e invece guardare alla storia che le varie generazioni hanno alle loro spalle». Soprattutto nel caso dei primi baby boomers, abituati da sempre alle rivoluzioni.
«Forse è arrivato il momento di scrivere un secondo libro», conclude Francesco Antinucci che nel 1999 ha pubblicato un saggio importante intitolato “Computer per mio figlio” (Laterza). Direttore di ricerca all’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr, in quelle pagine Antinucci raccontava di quanto il digitale fosse essenziale per aprire la mente in un periodo durante il quale le cacce alle streghe venivano proposte spesso quando si parlava di Internet e videogame, in special modo da coloro che quei mondi non li conoscevano affatto. «Un testo del genere oggi che senso avrebbe? Se tuo figlio non sa cos’è uno smartphone, significa che lo hai educato per essere un paria. Ma nel 1999 non c’era nemmeno l’iPhone. Scrivevo ai genitori. Si perde molto, in termini umani, a restar fuori da certi processi. Vale ad ogni età. Per chi ancora diffida forse servirebbe un nuovo testo, di segno opposto, intitolato Computer per mio nonno ».
Cercando di fare in fretta, fra qualche tempo saranno davvero pochi quelli rimasti fuori. Con buona pace del “nonno multimediale”, il personaggio di Francesco Paolantoni che tanto faceva ridere a Mai dire Gol nel 1996. Il paradosso stava nella sua età avanzata e nella sua competenza tecnica, espressa con accento napoletano. Un’altra epoca, passato remoto, ormai per tutti.”