Non si sa né come né perché, ma il contagio si riduce e gli infettati sono meno gravi di prima

C’è una notizia che in questi giorni sta girando in modo quasi clandestino per il divieto imposto da quella che potremmo definire “la scienza ufficiale”. Fino ad oggi l’hanno pubblicata solo pochi giornali.

La maggioranza, quelli cosiddetti main stream, cioè i quotidiani di proprietà della grande finanza, non l’hanno voluta dare. Così come non è apparsa nemmeno nelle televisioni. Solo a “Porta a Porta” Bruno Vespa ne ha appena accennato, ma senza approfondire. Del resto, se dai ministeri giunge un ordine, a prescindere dalla consistenza che la notizia possa avere, i grandi media ubbidiscono e basta.

Il “pensiero unico”, cioè la scelta degli argomenti che si possono divulgare, agisce anche in questo modo. Eppure questa notizia ci riguarda tutti direttamente: il virus che ha provocato oltre 32 mila vittime solo in Italia, e che sta ancora devastando mezzo mondo, si è indebolito.

Avete capito bene: nessuno sa come e perché, però è un fatto che il contagio da Covid-19 si sia gradatamente depotenziato e non sia più a quell’elevatissimo livello di pericolosità che abbiamo riscontrato nei mesi di marzo e aprile.

“Lockdown e 14 mutazioni, il virus si sta indebolendo” titolava giovedì 7 maggio Il Messaggero. “Quella faida tra scienziati sul virus: è indebolito ma è vietato dirlo” sosteneva lunedì 11 maggio Il Giornale. Nella stessa data Il Giorno pubblicava in prima pagina “Virus indebolito, ma è vietato dirlo”.

Il primo a prendere atto di quello che stava succedendo è stato il professor Guido Silvestri, immunologo della Emory University di Atlanta, negli Stati Uniti. Non l’avesse mai fatto. Durante un talk show americano, nel quale si stava parlando appunto della pandemia, è stato brutalmente attaccato dai suoi colleghi che lo hanno accusato di “essere troppo disinvolto nel parlare di calo dei contagi”.

Silvestri ha soltanto fatto presente che i nuovi contagiati raramente vengono trasferiti nei reparti di terapia intensiva. E le ragioni possono essere molteplici: può darsi che i medici, avendo fatto esperienza sui pazienti già ricoverati, adesso sappiano come agire con più prontezza; un’altra causa potrebbe essere il clima pre-estivo, con una temperatura decisamente superiore a quella che si riscontrava all’inizio della primavera; oppure le norme del distanziamento sociale e le nuove regole d’igiene seguite dai cittadini hanno reso più difficile il contagio.

Ma ci potrebbe anche essere un’altra causa. “Potrebbe nondimeno (perché no?) trattarsi di un virus che si adatta all’ospite, riducendo la patogenesi, fenomeno noto a chiunque conosca la virologia – spiega il professor Silvestri – In ogni caso, discutere di questa possibilità alla luce delle proprie esperienze, non significa fare pseudoscienza. Concentriamoci sul vero nemico Sars-CoV-2 che è alle corde, ma non ancora al tappeto”.

L’approccio aperto e pragmatico di Silvestri è stato comunque condiviso da diversi scienziati che, constatando le differenze che si riscontrano nel presente rispetto al recente passato, cominciano a pensare seriamente che forse stiamo assistendo ad un’ennesima mutazione del coronavirus.

Uno dei primi a condividere la realtà dell’attuale momento clinico è stato il professor Matteo Bassetti, presidente della Società italiana terapia antinfettiva e direttore della Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova.

Il professor Bassetti, parlando di quanto sta avvenendo, ha ricordato che fino a qualche settimana fa molti pazienti contagiati non riuscivano neanche a raggiungere gli ospedali perché rischiavano di morire in ambulanza.  “Sembrava uno tsunami”, ha detto. Invece, adesso, la velocità di trasmissione risulta calata e il virus è più debole.

Sulla stessa lunghezza d’onda si pone l’immunologo Francesco Le Foche, responsabile del servizio di Immunoinfettivologia presso il Policlinico Umberto I di Roma, il quale non nasconde il suo ottimismo circa l’andamento del contagio: “Questo Covid-19 si potrebbe spegnere da solo – osserva – Probabilmente già questo mese potremmo andare in vacanza in Italia. Quando il vaccino arriverà tra un anno, un anno e mezzo, credo sarà utile ma non indispensabile”.

Ancora più esplicito è il professor Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, che fa presente come il virus stia perdendo forza e come siano state riscontrate mutazioni transienti, poliformismi. Il dato, chiarisce il professor Ciccozzi, si riferisce ai pazienti attualmente ricoverati in terapia intensiva. Dal momento che sono sempre meno, non ci sono più soggetti da poter inserire in sperimentazioni di nuovi farmaci.

Di fatto, ed è questa la vera notizia positiva, sembra che stiamo assistendo ad un fenomeno che si sta spegnendo poco alla volta. Che cosa sta succedendo, dunque, al Covid-19? C’è qualche certezza a questo riguardo?

Più che certezze, si può dire che abbiamo una situazione in divenire che gli scienziati non riescono ancora a chiarire del tutto. “Non so se è il virus a essere mutato o se a essere cambiata è la carica virale di ogni paziente – afferma il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano – Ma posso dire che sembra essere di fronte a una malattia molto diversa da quella che ha messo in crisi le nostre strutture all’inizio dell’epidemia”.

Certamente, anche se non si conoscono le cause scientifiche di quanto sta avvenendo, l’osservazione della realtà sembra essere condivisa da numerosi esperti. Ma i distinguo non mancano davvero. “Credo che noi si stia osservando, dal punto di vista clinico, la coda di un’epidemia che ha visto le persone più fragili e meno in grado di difendersi, presentare le forme più gravi in tempi precedenti a questo – spiegava il professor Massimo Galli, direttore dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano, intervenendo ad Agorà su Rai3 – Attualmente abbiamo nei nostri ospedali persone che dal punto di vista delle percentuali si sono spostate verso forme meno gravi rispetto a quelle a cui siamo stati abituati all’inizio. Ma questo non vuol dire che si sia attenuato il virus”.

Un altro specialista che non crede al virus indebolito è il professor Antonino Di Caro, responsabile del Laboratorio di Microbiologia dell’Ospedale Spallanzani di Roma. “I virus italiani – sostiene Di Caro parlando al Corriere della Sera – si dividono in due gruppi caratterizzati da minime variazioni, non associabili a differenze di malattia”. E aggiunge: “La percentuale dei pazienti trattati a domicilio e di quelli in ospedale è costante nel tempo. Non mi sentirei di affermare che c’è minore aggressività. Il virus si è attenuato nella circolazione solo perché è stato condizionato dalle misure di contenimento”.

Insomma, come sempre succede nelle cose italiane, le opinioni non collimano mai verso un’unica spiegazione. Neppure quando si parla di scienza. E lo abbiamo visto ampiamente durante questa epidemia. Tuttavia, tutti sembrano concordare sul fatto che in questi mesi il Sars-CoV-2, che noi chiamiamo più comunemente Covid-19, ha subito diverse mutazioni.

“Nella realtà – spiega un articolo sulla rivista scientifica Nature Microbiology – le mutazioni sono una parte naturale del ciclo di vita di un virus e raramente impattano in modo drammatico su un’epidemia”.  Del resto, viene ulteriormente chiarito, i virus Rna, come lo è il Sars-CoV-2, accumulano una serie di mutazioni, e quindi cambiamenti nel codice genetico.

Si arriva al punto che all’interno dello stesso paziente nel giro di poche ore possono nascere diverse versioni dello stesso virus. Non è un caso che, in data 14 maggio, nella sola Europa si contassero 4.491 genomi sequenziati di Sars-CoV-2 dall’inizio dell’epidemia.

Tuttavia, come ha riportato il giornalista scientifico Ed Yong su The Atlantic parlando con diversi scienziati in giro per il mondo, non ci sono evidenze scientifiche tali da poter sostenere che il Sars-CoV-2 abbia subito qualche mutazione significativa, generando forme più deboli o più forti.

Dove mancano le certezze, subentrano le ipotesi. E’ il caso di uno studio del Los Alamos National Laboratory degli Stati Uniti, non ancora approvato dalla comunità scientifica, secondo il quale l’Europa sarebbe stata colpita da una forma molto più contagiosa di coronavirus, poi passata sul territorio americano. Ma non viene specificato quale sarebbe la ragione scientifica di questa maggiore contagiosità.

Il problema è che qui da noi vengono messe in giro le notizie che si desiderano far conoscere, omettendo tutte le altre. E anche questa è disinformazione. Per esempio, non viene detto che il Covid-19 nel mondo si divide in tre diversi ceppi.

A scoprirlo sono stati quattro studiosi della Cambridge University (“Le incredibili mutazioni del Covid-19”, Massimo Barbetta, UNO Editori). Il tipo A è presente in alcuni cinesi della Costa meridionale e in un minimo numero di giapponesi e americani, poi identificati sulla costa pacifica (Seattle). Il tipo B, invece, è stato rinvenuto nella Cina Orientale, ma con dieci tipi di mutazioni anche sulla costa atlantica (New York), Canada, Messico, con casi sporadici in Francia, Germania, Italia e Australia. Il tipo C, infine, è ben rappresentato in Europa con evidenza in Francia, Svezia, Italia ed anche in Asia, nei territori di Singapore, Taiwan, Hong Kong, ma non in Cina. Ovviamente, nessuno sa il perché di questa stranissima suddivisione mondiale.

L’autore riporta anche un articolo sullo studio condotto dal dottor Christian Drosten, noto epidemiologo tedesco, pubblicato il 30 aprile su Al-Arabya News. “Drosten – si legge – ha studiato il paziente tedesco che ha portato il coronavirus in Italia ed un altro paziente tedesco che lo ha portato a Monaco, il mese prima. Entrambi presentavano mutazioni che non erano viste in alcun campione a Wuhan… I ricercatori cinesi hanno individuato 149 mutazioni su 103 genomi del coronavirus… Uno studio islandese altamente prospettico ha annotato almeno 40 mutazioni del virus in un paese di soli 340mila abitanti”.

Insomma, questo virus è pieno di sorprese e non abbiamo la più pallida idea di come si stia trasformando e perché. Tutto quello che si può dire, guardando i nostri ospedali, è che comunque non crea più il panico di prima. Come e perché lo lasciamo a chi, di competenza, dovrebbe scoprirlo…

Rino Di Stefano

 

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