Itinerari del vino, due chiacchiere con Giovannella Fugazza

Continua il nostro viaggio nell’affascinante mondo del vino con l’intervista a Giovannella Fugazza, Donna del vino lombarda, proprietaria dell’azienda Castello di Luzzano. Del vino prodotto nella zona si trova menzione fin dall’anno 1000, in una pergamena ancora oggi conservata nel castello.

Il nome Luzzano, infatti, deriva dal fundum lucianum, antico insediamento romano nel quale è certo che già si producesse vino. Proveniente da una famiglia molto unita, dai discorsi del padre Giovannella ha imparato i valori di grande senso del dovere e onestà di pensieri e azioni. Il padre Emilio, appartenente a una famiglia di impresari produttori di salsa di pomodoro all’età di 55 anni si divise dai fratelli e ognuno di loro acquistò dei terreni, ripristinando la tradizione agricola familiare, infatti tutti gli abitanti di Castel San Giovanni possedevano, come loro, un appezzamento di terra.

Ci parli della storia della sua famiglia e di come lei ha cambiato la conduzione dell’azienda rispetto agli anni in cui la gestione apparteneva a suo padre.

G.: Negli anni Ottanta è morto mio padre. Io facevo l’avvocato a Milano e mia sorella Maria Giulia, maggiore di me di un anno e mezzo, mi richiamò ad aiutarla ad occuparmi dell’azienda perché non riusciva a farcela da sola. Questa scelta un po’ obbligata mi ha reso felice perché io mi sento molto artigiana e mi piace lavorare di braccia e non ho mai gradito molto stare in ufficio. Ho dato una svolta alle aziende, incominciandole a ristrutturare. Non solo ho rinnovato gli innumerevoli fabbricati, ma, mentre fino ad allora avevamo venduto le uve, da quel momento abbiamo cominciato a vinificare, promuovendo il nostro marchio Castello di Luzzano. Gli anni Ottanta costituiscono una svolta epocale nel mondo del vino in quanto in quegli anni si comincia a vinificare con professionalità e non più in modo artigianale.

– Potrebbe raccontarci la sua terra in modo più dettagliato?

G.: Io posseggo 45 ettari nell’Oltrepò Pavese e 31 nei Colli Piacentini, insieme costituiscono delle aziende già accorpate in una visto che si trovano a soli a due chilometri di distanza. L’Oltrepò Pavese è una marna calcarea, che si chiama “formazione di Luzzano” in quanto ha una sua origine geologica particolare. La terra dei colli piacentini è argilla gialla ferritizzata molto più ricca della magra e profonda terra dell’Oltrepò nella quale le viti stentano a crescere nei primi anni, ma poi diventano durature. La terra dei colli piacentini, invece, è molto più fertile e i vini risultano più profumati. Nell’Oltrepò Pavese viene meglio il Pinot nero perché la terra è più acida e da vita alle viti delle nostre Riserve; mentre dai colli piacentini vengono il Gutturnio giovane e la Malvasia. Ho ideato anche un Agriturismo, che ho chiamato “Dogana”, nella mia terra, dotato di alcune camere con arredo sobriamente raffinato, i soffitti con le travi a vista e le finestre che si aprono sul verde.

Cosa vuole passare Giovannella Fugazza con le sue etichette ai degustatori dei suoi vini?

G.: Quello che ho voluto passare ai miei clienti è cambiato nel tempo. All’inizio volevo passare soprattutto la qualità, l’orgoglio femminile di produrre dei vini in modo molto serio, infatti noi abbiamo sempre vinificato solo le nostre uve. Volevo passare il senso di correttezza nel lavoro. Adesso ciò che mi preme portare avanti è l’immagine di un’azienda seria senza dubbio, ma soprattutto creativa. Il vino che produco è sicuramente serio e di qualità, ma l’approccio che ho adesso è un po’ fatto di contestazione rispetto alla prosopopea che si è costruita attorno al vino.

Occorre non avere paura di degustarlo perché si pensa di sbagliare a giudicarlo, in quanto molti impongono che si debbano sentire determinati profumi e sapori. Occorre recuperare il bere senza pensieri e condizionamenti, il piacere di bere una bevanda in modo molto semplice in cui conta ciò che ti colpisce in modo intimo e personale, quelle sensazioni tue che nascono spontaneamente, senza pensare se sa di fiori ,di acacia o di altro. E se non ti va, invece, non c’è niente da dire. Le aziende vitivinicole rappresentano la storia dell’Italia ed è necessario che ciò che producono sia bevibile anche per i giovani che non si devono sentire inadeguati alla degustazione del vino se non sentono determinati profumi.

– Ci piacerebbe sapere se ha un’etichetta del cuore.

G.: Una delle mie etichette del cuore è Umore Nero, dell’Oltrepò Pavese, infatti è stato un azzardo anni fa chiamare così un Pinot nero considerato molto prezioso. Umore Nero rappresenta quello che io voglio passare nei vini grazie all’inimitabile livello di piacevolezza anche dei suoi profumi. Inoltre, mi hanno molto divertito le etichette che ho fatto in questi ultimi anni e alle quali ho dato dei nomi molto strani.

La Malvasia della zona dei Colli Piacentini l’ho chiamata: “sfacciata”, per ricordare la sensualità femminile sfacciatamente appetibile e tutta da scoprire, e “ficcanaso”, perché è profumata e aromatica in modo intenso e “devi metterci il naso”. La Bonarda dell’Oltrepò Pavese l’ho definita “sommossa” perché è piena di bollicine e ha come sottotitolo “gocce in tumulto”, in quanto nell’etichetta c’è una bandiera piena di bollicine, che vuole rappresentare la lotta contro il mondo vecchio, perché io voglio portare avanti un mondo giocoso, qual è appunto quello delle bollicine.

– Quali sono le emozioni che le suscita l’occuparsi dell’azienda?

G.: Per me è molto importante che le persone vengano a vedere l’azienda per rendersi conto di tutto il ciclo vitivinicolo. Si può così sentire l’ansia della vendemmia e apprezzare tutto quello che sta dietro un’etichetta. Capisci che c’è un lavoro, una passione, un fine che va oltre quello commerciale ed è di grande rispetto e affetto verso un prodotto che vedi nascere e vedi morire, come se fosse una tua creatura. Lo conduci per mano dal vitigno alla bottiglia, osservi i risultati del tuo lavoro e lo ami veramente tanto. Si può dire che è un parto fatto di ansia e di entusiasmo. Per ora, per esempio, stiamo potando ed è un momento in cui mi si chiede di scegliere di lasciare una o due gemme. La vite ha bisogno di una grande attenzione e di una grande capacità di lavorarla.

Quali sono i valori che pensa debbano essere comunicati attraverso il vino?

G.: Il vino è più elegante della birra, ma deve ricordare la giocosità, la compagnia, la convivialità, la voglia di bere piacevolmente senza esagerare: con questa filosofia di fondo deve essere riportato sulle tavole. Ritengo sia utile produrre bottiglie di 350 ml che sono  più pratiche e più consumabili. Bisogna diffondere una cultura del vino basata sul piacere e sulla giocosità. Anche il materiale con cui è fatta la bottiglia dovrebbe essere più leggero e anche più alternativo. A me piace studiare queste cose per migliorare sia la qualità del vino che la forma di presentarlo. Non serve a niente appagare solamente l’occhio se dentro non c’è un prodotto di qualità, cioè il contenitore deve essere equiparato al prodotto che contiene. La confezione dovrebbe essere allegra e pratica. Occorre raggiungere delle esigenze delle nuove generazioni, ma anche di quelle più mature; infatti quando ci sono degli acquisti, quello che ti fa decidere è la vista di una cosa. Bisognerebbe rendere anche il vino più facilmente acquistabile rendendolo più appetibile anche nel format.

Che valore aggiunto può dare una donna al mondo del vino?

G.: Intanto mi preme notare con piacere come ultimamente ci siano ragazze che sempre in modo maggiore si dedicano al vino e alle aziende di famiglia. Una donna rispetto a un uomo dona al mondo del vino maggiore serietà. Se una donna si dedica al vino è perché vuole fare le cose con più serietà, ci mette dentro la faccia e le sue capacità. Un vino prodotto da donne ha in sé la garanzia di una grande affidabilità.

Che Donna del Vino è Giovannella Fugazza?

G.: Io sono una donna del vino che vuole divertirsi, cioè voglio avere la soddisfazione di avere fatto qualcosa che mi ha dato un risultato positivo. Non mi piace fare sempre le stesse cose, ma amo cambiare. Quando gestisci un’azienda i conti devono tornare, ma bisogna anche divertirsi perché il bello di essere imprenditori è quello di amare il proprio lavoro tanto da andare in ufficio con “piede leggero” e mente creativa.

Stare in campagna, dedicarmi a un’azienda che mi piace e mi permette di avere  dei progetti nuovi, il senso di essere imprenditrice: queste  per me le cose più belle. Mio padre ha contribuito a fare di me quella che sono, passandomi valori quali il senso del dovere, la serietà, la correttezza nel lavoro e il rispetto dell’ambiente, il fare le cose semplicemente come vanno fatte.

Irene Catarella

 

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