Itinerari del vino, due chiacchiere con Giovannella Fugazza – 2a parte

Continua il nostro viaggio nell’affascinante mondo del vino con l’intervista a Giovannella Fugazza, Donna del vino lombarda, proprietaria dell’azienda Castello di Luzzano. Del vino prodotto nella zona si trova menzione fin dall’anno 1000, in una pergamena ancora oggi conservata nel castello.

Il nome Luzzano, infatti, deriva dal fundum lucianum, antico insediamento romano nel quale è certo che già si producesse vino.

– Ci parli della storia della sua famiglia e di come lei ha cambiato la conduzione dell’azienda rispetto agli anni in cui la gestione apparteneva a suo padre.

G.:Mio padre ,ultimo di 12 fratelli, era nato  nel 1890. Per noi piccolissime era un momento di storia fantastica ascoltare i racconti della sua vita avventurosa, iniziata con gli studi a Losanna e il lungo soggiorno a Vienna, dove aveva chiesto alla famiglia di andare giovanissimo per lavorare e studiare la lingua tedesca.

Partecipavamo con lui ad un mondo di inizi ‘900 i cui valori di vita e moralità insieme alle novità e ai fermenti della nuovo secolo venivano da noi assorbiti in profondità. Ci raccontava di aver assistito alle lezioni di  Sigmund Freud ,che in una seduta esplorativa gli aveva detto “manchi a te stesso”, e noi commentavamo, ridendo, chissà cosa voleva dire questa frase sibillina detta ad un giovane determinato come nostro padre.

Ci portava ad immaginare l’imperatore Francesco Giuseppe mentre percorreva in carrozza i viali di Vienna. Ci parlava dei principi russi, esuli dalla rivoluzione, che si erano adattati a fare qualsiasi mestiere e proponevano acquisti di bellissimi tappeti antichi e quadri preziosi.

E poi la sua vita a Londra per occuparsi delle esportazioni delle nostre fabbriche. Io e mia sorella eravamo affascinate da questi racconti che parlavano di un passato così diverso dagli anni ’50 in cui eravamo nate. Qualche volta dubitavamo un po’ dei suoi racconti per un mondo così  diverso da quello che stavamo vivendo.

Di bambine nate in campagna e frequentanti scuole di paese o che abitavano, poi, in una piccola città di provincia come Piacenza.

Ancora oggi questi momenti sono ben vivi nella mia memoria, soprattutto perché abbiamo presto capito che eravamo privilegiate ad avere un padre molto anziano, tutto dedicato a noi e che ci educava in modo incredibilmente libero dai possibili condizionamenti della provincia.

I suoi valori di fiducia in noi stesse, di correttezza, di grande rispetto per il prossimo e per i legami famigliari hanno avuto un’influenza determinante nella nostra formazione e nella conduzione delle Aziende. Quando nel 1980 nostro padre ci ha lasciato, abbiamo deciso di continuare la gestione delle Aziende agricole. Avevamo molto entusiasmo, ma anche l’orgoglio di non deludere quello che nostro padre poteva aspettarsi da noi.

Il ricordo di mia madre, invece, è purtroppo legato solamente ai racconti di casa. Mia madre Beatrice, bellissima, altissima e coraggiosa , di 18 anni più giovane di mio padre, era umbra, di Perugia. E’ morta un anno dopo la mia nascita.

Noi abbiamo avuto solo i suoi vestiti da indossare e da conservare con ammirazione. Tuttavia la sua famiglia, che ci ospitava spesso, ci ha trasmesso una profonda cultura storica fatta di giri intorno alla fontana del Duomo di Perugia, di Grifi in pietra un po’ inquietanti  e di dipinti del Perugino. Su tutto questo mondo umbro ancorato all’arte antica si è innestato con potente irruenza il genio creativo del fratello di mia madre, Brajo Fuso.

In una città cui si accede ancora oggi salendo le vie sotterranee della Rocca Paolina, erano nati negli anni ‘30/40 fermenti artistici incredibilmente di rottura con la tradizione e mio zio ne faceva parte. A casa dello zio Brajo abbiamo respirato fin da piccolissime arte moderna, accompagnata dagli  incontri letterari nel salotto della moglie, che, donna molto colta e a sua volta pittrice, riceveva con una tazza di  the profumatissimo scrittori, artisti e stranieri di passaggio a Perugia.

Io in modo particolare  sono stata influenzata dalla personalità poliedrica di mio zio Brajo, uno tra i più interessanti artisti del’900, con il quale passavo intere giornate a vederlo lavorare ai quadri o alle sculture. Quando sono tornata in Azienda per occuparmene a tempo pieno, ho chiesto a mia sorella di accettare che il mio ruolo sarebbe stato occuparmi della parte creativa del mio nuovo lavoro. Pertanto incominciai a creare i vini, disegnare le etichette,restaurare gli edifici e promuovere mostre d’arte..  

– Potrebbe raccontarci la sua terra in modo più dettagliato?

G.:Le mie Aziende Luzzano e Romito, in totale 110 ettari di cui 76 a vigneto, sono poste sul confine tra la Lombardia e l’Emilia. Si trovano entrambe all’inizio della Valtidone, in una zona collinare piena di vigneti e bellissima.

Le due Aziende quasi confinanti, hanno tuttavia terreni molto differenti tra loro. Luzzano è una marna calcarea di origine pliocenica, geologicamente chiamata formazione di Luzzano. Il colore della terra è bianco/grigio, il tessuto in profondità è roccioso e in superficie sciolto come polvere. E’la tipica struttura dell’Oltrepo Pavese.

Il terreno di Romito è argilla ferrettizzata, di colore giallo/ocra, fertile e pastoso, tipico del Piacentino. Le marne di Luzzano sono particolarmente adatte a bianchi quali Chardonnay e a rossi molto strutturati quali Barbera e Bonarda.

Naturalmente il Pinot Nero viene eccellente. Romito è la terra dei profumi. Il Malvasia di Candia aromatica è il vitigno bianco principe, da noi molto amato e studiato in tutte le sue possibilità di utilizzo.

 Cosa vuole passare Giovannella Fugazza con le sue etichette ai degustatori dei suoi vini?

G.:Quando assieme a mia sorella Maria Giulia decidemmo di imbottigliare con il nostro marchio “Castello di Luzzano” i vini che avrebbero prodotto le nostre  uve, era il 1980. Gli anni ’80 sono stati il culmine di un grande cambiamento nel mondo del vino italiano.

Entrarne a far parte ci fece trovare e condividere quest’ansia di qualità che sentivamo di poter raggiungere con l’entusiasmo e la fiducia di due ragazze giovani e giustamente ambiziose. Le Aziende erano note per produrre ottima uva ed erano da noi ben conosciute in tutte le loro caratteristiche di  zone  e” cru” selezionati in tanti anni di vita in azienda e vendemmie seguite passo passo.

Abbiamo quindi iniziato promuovendo soprattutto il fattore qualità, che parte da una grande attenzione per le esigenze del vigneto e per le caratteristiche di tipologia del vitigno per terminare con un grande rispetto per il prodotto vino. Portare questa qualità oltre i confini regionali e soprattutto raggiungere nuovi mercati fuori dai confini italiani era molto stimolante per me e Maria Giulia che fino ad allora aveva condotto le Aziende con grande competenza, ma in modo ancora tradizionale .

Io,che per carattere sono insofferente alla staticità, io che amo affrontare le sfide, buttarmi a realizzare le mie idee, che amo il mio lavoro se mi dà ogni giorno motivo di alzarmi con leggerezza e la sera di addormentarmi contenta di quello che ho fatto, ho affrontato il lavoro di vinaiola con tutte le mie energie e lo faccio tuttora, anche se a sostenermi non c’è più la più amata e litigata sorella.

A lei va il  merito di avermi tolto dalla mia carriera di avvocato e di avermi coinvolto nel suo mondo fatto di terra campi e vigneti.

Negli anni 2000 il mercato del vino è cambiato ed è in parte cambiato il mio pubblico. La qualità dei miei vini è ormai un fattore acquisito e assolutamente perseguito pur ancora con gli stessi tremiti che fare vino comporta. Oggi voglio presentare al consumatore un prodotto che identifichi la mia Azienda, la mia personalità, le mie proposte. La correttezza nel mio lavoro, così cucita da mio padre nel mio profondo, resta come premessa irrinunciabile, ma la voglia di creatività, di divertirmi passando le mie serate scrivendo idee è anch’essa irrinunciabile e sempre più viva.

Vorrei comunicare sensazioni immediate portate da un nome da un colore da un disegno. Vorrei che si tornasse a bere il vino con semplicità, gustando le sue sensazioni immediate e istintive. Penso che soprattutto vada comunicato  il piacere del vino,perché nel cercare un commento più colto può venire il panico da prestazione. Anch’io bevo il vino senza tanti pensieri, non lo stanco girandolo vorticosamente  nel bicchiere, e mi piace gustarlo libera dai tanti condizionamenti legati alla mia professione.

– Ci piacerebbe sapere se ha un’etichetta del cuore.

G.: Le mie etichette sono state pensate e realizzate da me secondo i differenti momenti emozionali legati alla messa in produzione di un nuovo vino. Pensare ad un nome, ad un disegno, a quello che voglio comunicare non è mai facile. Amo il nome e l’etichetta del  Pinot Nero “Umore Nero”. L’ho creata una sera priva di idee. Non riuscivo proprio a trovare un nome per un vino così piacevole, ma fuori dagli schemi classici del Pinot Nero. Ero stanca e di pessimo umore.

Da lì a trovare che umore vuol dire anche succo dell’uva è stato un eureka pitagorico. Il disegno a fumetto dell’idea mi è molto piaciuto e ho scelto di proporre questa etichetta convinta che andasse perfetta per il mio Pinot. Il successo è venuto lento , ma a poco a poco questa etichetta si è rivelata una scelta di bel marketing, dimostrandomi che quello che oggi è un azzardo, domani può diventare vincente.

Nel mio lavoro le sfide mi danno energia e il mio lavoro per essere fatto bene richiede energie rinnovabili, un po’ come anche la stessa Europa mi chiede di continuo.

– Quali sono le emozioni che le suscita l’occuparsi dell’azienda?

G.:Possedere la terra, percorrerla a piedi o meglio ancora, in auto per quanto è grande, mi ha sempre fatto sentire a capo di un regno tutto mio.

Quali sono i valori che pensa debbano essere comunicati attraverso il vino?

Il vino e l’uva hanno una storia antica. Quale frutto ha la stessa privilegiata presenza nella storia nell’arte nella tavola? Non c’è altra bevanda che possa competere con il vissuto di un bicchiere di vino. Questo va  comunicato ai giovani perché non si perdano tra tanti stimoli di piaceri diversi. Ma non solo ai giovani. Visitare le Aziende vitivinicole e i luoghi del vino, parlare con il produttore, assaggiare l’uva in vendemmia, tutto questo è molto importante per fissare nella mente cosa c’è dietro a una bottiglia.

Per questo da oltre trent’anni ho aperto la mia Azienda ai visitatori e mi fa veramente piacere ospitare i miei clienti per una degustazione. Ma se il mondo attuale ormai per abitudine butta tutto quello che non consuma immediatamente, bisogna studiare confezioni più adatte a queste nuove abitudini, purtroppo ormai consolidate.

Voglio dire che molti cercano confezioni più piccole della bottiglia classica da 0,75, apprezzerebbero materiali più leggeri del vetro, chiusure più facili da aprire, gradazioni meno alte. Perchè tutti noi vignaioli vorremmo che il nostro vino fosse bevuto con deferenza, vorremmo presentarlo in vesti elegantissime e servito in bicchieri di cristallo pregiato.

Il vino merita tutto questo, e una certa produzione deve continuare a vestirsi per una grande serata. Ma non cercare un “pret a boire” anche nel vino, in quello più facile da produrre, in quello più semplice ma altrettanto buono, rischia di farci sedere in mezzo ai nostri vigneti e lentamente aspettare di non vederli più.

– Che valore aggiunto può dare una donna al mondo del vino?

G.:Una donna dovrebbe giocare sulla grazia e la piacevolezza, come fa nella vita di tutti i giorni. Per una donna occuparsi oggi di vino è altrettanto strano come nei tempi andati vederla guidare un’automobile. Tutto canbia e non ci sono più professioni femminili o maschili.

Certe volte la differenza la fa la forza o la tradizione. La donna che si occupa di vino è andata incontro alla fatica e contro la tradizione. E’ una donna che merita rispetto. Sicuramente metterà nel proprio lavoro oltre alla passione quel pizzico di sfida che assicura un buon risultato.

– Che Donna del Vino è Giovannella Fugazza?

G.: Essere una donna del vino con tutte le implicazioni che questo nome porta con sè, mi riempie di orgoglio. Ma occuparmi di vino vuol dire anche per me vivere in una corte gialla e blu che ho fatto dipingere con i miei colori preferiti. Ho l’ufficio di fronte alla mia abitazione e lo raggiungo subito. Esco in Azienda e mi accompagna il mio cane senza guinzaglio. Accolgo i visitatori e mostro i miei luoghi di lavoro. Ospito i turisti in case e stanze da me personalmente ristrutturate ,un’attività che mi è sempre molto piaciuta. Ho un’azienda viva e vissuta. Tutti questi piaceri hanno seguito la decisione di tanti anni fa di occuparmi delle mie Aziende e di farne il luogo del mio lavoro. Il velluto colorato degli acini d’uva ha soddisfatto il mio senso estetico. Sono molto contenta  se, stappando una bottiglia del mio vino, qualcuno riconosce che contiene anche un po’ di me.

Irene Catarella

 

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