Il virus delle polemiche fa litigare gli specialisti

C’è chi lo vuole clinicamente morto e chi invita a non abbassare la guardia

di Rino Di Stefano

La domanda sorge spontanea: questo maledetto virus che ci sta rovinando l’esistenza, imponendoci tuttora mascherina e precauzioni varie, è ancora pericoloso o no?

Buon senso vorrebbe che, a prescindere dalle risposte che potremmo ricevere dai vari infettivologi interpellati, qualche misura precauzionale dovrebbe comunque essere mantenuta.

Siamo appena usciti da una quarantena che ha modificato profondamente il nostro stile di vita. E di morti, che la si pensi in un modo o nell’altro, ne abbiamo contati a decine di migliaia solo a casa nostra. Per cui, prima di seguire il “liberi tutti” che da Vicenza a Napoli i tifosi del calcio suggeriscono, forse sarebbe bene adottare comunque qualche misura cautelare.

Se la mascherina può farci sentire un po’ più protetti, usiamola. Certamente, però, quello che sentiamo in giro ci confonde e non poco.

Il primo ad innescare la polemica è stato il professor Alberto Zangrillo, primario dell’Ospedale San Raffaele di Milano, che alla fine di maggio, con un intervento a sorpresa, ha detto davanti alle telecamere della Rai che il virus Covid-19 “è clinicamente morto”. La sua osservazione nasceva dal fatto che, per esperienza personale e parlando con diversi altri suoi colleghi nelle altre regioni, tutti avevano notato un drastico ridimensionamento del pericolo da virus.

Ma altri ancora, che non la pensavano così, hanno avuto una reazione a dir poco tempestosa. Specialisti che prima della pandemia nessuno aveva mai visto sul piccolo schermo, e che in questi mesi hanno detto di tutto e di più diventando professionisti dei vari talk show televisivi, spesso sostenendo l’uno il contrario dell’altro, sono subito insorti.

Forse l’epiteto meno sgradevole che si è beccato il professor Zangrillo, è quello di “sciagurato”. Ma lui si difende con valide motivazioni. “Io ho semplicemente detto la verità, quello che tutti i clinici d’Italia osservano – ha dichiarato in una recente intervista – Ovvero che la malattia provocata dal virus è inesistente. Non ho detto che il virus si è mutato o si è attutito. Ho solo osservato quello che accade. Ho avuto paura anche io nel momento dell’emergenza. I numeri ci dicono che forse stiamo vincendo la nostra battaglia. Può darsi che sia merito dei nostri comportamenti. Ai giovani dico: per favore, mettere la mascherina e distanziatevi, altrimenti io vengo fatto fuori. Ho il massimo rispetto del Comitato Tecnico Scientifico, anche se alcune indicazioni mi sono sembrate indigeste. L’apice dell’eccellenza sanitaria l’abbiamo toccato in Lombardia”.

Le reazioni alle dichiarazioni del professor Zangrillo sono state talmente rumorose che persino la discussa e discutibile OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) si è sentita in dovere di invitare il pubblico alla prudenza.

“Dobbiamo essere estremamente attenti a non creare la sensazione che all’improvviso il virus sia meno patogeno – sostiene il dottor Mike Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze dell’OMS da Ginevra – Non è affatto così”.

Tuttavia il professor Zangrillo ha ricevuto numerose attestazioni di stima, e non solo dall’Italia. “Il virus clinicamente non esiste più? Credo che Zangrillo non parli a sproposito – afferma la professoressa Ilaria Capua, direttore dell’Emerging Pathogens Institute dell’University of Florida, a Gainesville – Credo che il virus clinicamente non esista più: lui fa il virus, non è una fucilata. È un patogeno che si manifesta in maniera diversa a seconda di diversi fattori, e le manifestazioni cliniche sono molto più gravi quando non c’è una cura. In realtà è migliorato tutto il sistema, ma da ex virologa vi posso dire che quando si dice che virus si è indebolito, equivale a dire che una macchina a quattro cilindri va a tre”.

Di fatto, attenendoci ai dati della Protezione Civile relativi a giovedì 18 giugno (i numeri variano di giorno in giorno), in Italia i casi dall’inizio dell’emergenza sono stati 238.159, così divisi: 180.544 guariti, 23.101 attualmente positivi, 34.514 deceduti. Tra gli attualmente positivi, 20.066 sono in isolamento domiciliare, 2.867 sono ricoverati con sintomi, 168 sono ancora in terapia intensiva. In tutto, i tamponi effettuati fino a quella data sono stati 4milioni 831mila 562.

Un’altra polemica che vale la pena di riferire è quella relativa alla data in cui si è sviluppata l’epidemia in Italia.

Nel nostro Paese la quarantena è stata imposta il 9 marzo 2020, ma adesso uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità basato su analisi dell’Rna, rivela che tracce di Coronavirus erano presenti nelle acque reflue di Torino, Milano e Bologna già nel dicembre 2019.

I campioni sono stati prelevati nei depuratori di centri urbani del Nord Italia e sono stati utilizzati come spia della circolazione del virus nella popolazione.

Secondo Luca Lucentini, direttore del Reparto di qualità dell’acqua e salute dell’Istituto Superiore di Sanità, nelle acque di scarico dell’area metropolitana sono state riscontrate tracce, poi ricondotte al Covid-19, in 14 dei 40 campioni raccolti da dicembre 2019 a febbraio 2020 in molte città italiane, tra le quali appunto Torino, Milano e Bologna.

“Lo studio – afferma Giuseppina La Rosa del Reparto di Qualità dell’Acqua e Salute del Dipartimento di Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha condotto il lavoro in collaborazione con Elisabetta Suffredini del Dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria – ha preso in esame 40 campioni di acqua reflua raccolti da ottobre 2019 a febbraio 2020, e 24 campioni di controllo per i quali la data di prelievo (settembre 2018 – giugno 2019) consentiva di escludere con certezza la presenza di virus. I risultati, confermati nei due diversi laboratori con due differenti metodiche, hanno evidenziato presenza di Rna di Sars-Cov-2 nei campioni prelevati a Milano e Torino il 18 dicembre 2019 e a Bologna il 29 gennaio 2020. Nelle stesse città sono stati trovati campioni positivi anche nei mesi successivi di gennaio e febbraio 2020, mentre i campioni di ottobre e novembre 2019, come pure tutti i campioni di controllo, hanno dato esiti negativi”.

Ma l’Italia non è la sola ad essere stata visitata dal virus prima che ne fosse ufficialmente confermata la presenza sul territorio nazionale. Già nel dicembre 2019 sembra che campioni d’acqua inquinata fossero stati scoperti in Francia e in Spagna.

Insomma, quando l’allarme è stato comunicato alle popolazioni, il Covid-19 girava ormai da un pezzo tra la gente. Solo che nessuno di noi ne sapeva niente e il virus infettava ovunque, mietendo le sue vittime. Ammesso e non concesso che i governi fossero informati di quanto stava avvenendo, allora perché non hanno avvisato in tempo i cittadini? Di fatto è molto probabile che per ogni giorno di ritardo si sarebbero salvate centinaia di vite. Ma la domanda, al momento, resta senza risposta.

Comunque, sulla base dello studio effettuato, Lucia Bonadonna, direttrice del Dipartimento Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, ha presentato una proposta di azione al Ministero della Salute “per l’avvio di una rete di sorveglianza su Sars-Cov-2 in reflui, e già nel luglio prossimo sarà avviato uno studio pilota su siti prioritari individuati in località turistiche”. Insomma, turismo sotto controllo su tutto il territorio nazionale, con particolare riguardo ai periodi che potrebbero essere più critici nel prossimo autunno.

Un’ultima curiosità. Questo Covid-19 ci riserva un’altra sorpresa inattesa. Ce la comunica il New England Journal of Medicine che pubblica uno studio internazionale, realizzato insieme a esperti italiani. Ebbene, pare che il più alto rischio di sviluppare l’infezione in modo grave lo corrano coloro che hanno un gruppo sanguigno di tipo A.

Un ruolo primario in questa ricerca lo ha avuto l’Università di Milano-Bicocca, insieme all’Asst di Monza, con il super archivio “Storm” che raccoglie dati clinici, diagnostici, terapeutici e campioni biologici dei pazienti contagiati da Coronavirus Sars-Cov-2 ricoverati all’Ospedale San Gerardo di Monza e al presidio di Desio.

Complessivamente, lo studio è il frutto della collaborazione tra centri di ricerca italiani e spagnoli con genetisti tedeschi e norvegesi. Nella ricerca sono state analizzate le sequenze geniche di 1.610 pazienti Covid-19 ricoverati in tre ospedali italiani e quattro spagnoli, tutti con insufficienza respiratoria, e di 2.205 persone che non avevano riscontrato la malattia.

“Il lavoro – riferiscono gli studiosi – dimostra che il gruppo sanguigno 0 è associato a un rischio più basso di sviluppare un’infezione clinicamente grave, mentre il gruppo sanguigno A è associato a un rischio più elevato”. Per la cronaca, in Italia il gruppo 0 è quello più rappresentato, seguito dai gruppi A, B e infine AB, il più raro.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here