Che arrivi all’improvviso o dopo un lungo periodo di malattia, affrontare la perdita di un caro è sempre qualcosa di terribile. E in questo periodo di Covid-19, vivere il lutto è ancora più difficile e straziante. Quando il distanziamento sociale è la norma da seguire, viene a mancare un aspetto fondamentale nell’elaborazione della perdita: il contatto, la vicinanza con le persone.

Com’è cambiato il modo di dirsi addio in pandemia?

“Il covid ha cambiato completamente il nostro modo di dirsi addio ‒ commenta la psicoterapeuta Nicoletta Cinotti. “L’abbiamo visto con l’impossibilità di accompagnare i familiari nelle varie fasi della malattia. L’abbiamo sperimentato con il periodo in cui, nella primavera scorsa, persino i funerali era sospesi per evitare assembramenti. Nel lutto abbiamo bisogno di vicinanza e il Covid ci chiede proprio l’opposto. La vicinanza, così necessaria per affrontare il lutto, diventa una fonte di pericolo.”

Lo stravolgimento dei nostri riti

La pandemia ha completamente stravolto il nostro modo di vivere. E non ha risparmiato nemmeno i riti funebri, momenti fondamentali nel percorso di accettazione del lutto che da sempre fanno parte della nostra civiltà. “L’appuntamento per l’ultimo addio a mamma, papà, al fratello o alla sorella era ogni giorno di fronte all’ingresso del cimitero” racconta Rosanna Spigo, vice presidente dell’azienda La Generale di Genova, specializzata in servizi funebri. “I carri sfilavano in assordante silenzio, sostavano per poi ripartire ed essere inghiottiti all’interno del cimitero stesso.” Con l’arrivo del coronavirus, il lavoro di chi fa parte del settore delle pompe funebri è cambiato radicalmente: “La nostra è normalmente un’attività fatta di delicatezza, attenzione e conforto nei confronti dei dolenti ‒ continua Spigo – Nei primi mesi del 2020, non nascondo che fossimo impreparati ad assumerci un carico psicologico così importante e una altrettanto grande responsabilità organizzativa e sanitaria.”

E oltre ai cambiamenti nei riti funebri è venuto a mancare un altro aspetto: “Oggi manca la buona ritualità di andare a trovare una persona che ha perso un congiunto. Una buona ritualità che invito a ripristinare con una telefonata, con una qualsiasi forma di contatto a distanza” suggerisce Nicoletta Cinotti.

Un disperato bisogno di vicinanza, quando la vicinanza è quanto di più pericoloso ci sia. E allora anche un piccolo gesto può fare la differenza. “Su richiesta delle famiglie, abbiamo posto nei feretri prima della sigillatura definitiva le foto, gli oggetti, i piccoli ricordi di una vita. Per i familiari era l’unico modo per porgere l’estremo saluto” conclude Spigo.

Il lutto durante il Covid-19: la moltiplicazione del dolore

In questi mesi di pandemia, in cui consolarsi e trovare ragione della perdita è diventato ancora più difficile, i motivi di lutto sembrano essersi moltiplicati. “Il Covid ha reso più difficile elaborare il lutto perché ha reso pericolosa la vicinanza, ma ha anche moltiplicato le occasioni di lutto  ‒ prosegue la psicoterapeuta. “Non parlo solo dei 45mila morti in più rispetto all’anno precedente, ma anche del lutto relativo alle restrizioni alla nostra vita sociale e alle possibilità di divertimento, il lutto di non poter frequentare i propri familiari e quello relativo alle difficoltà economiche”.

Come superare la perdita in questo periodo così complicato?

Come elaborare il lutto in tempo di Covid-19? E come reagire in tempo di distanziamento sociale e contatti limitati? “Il lutto richiede tempo, soprattutto se è stato aggravato dalle condizioni della pandemia. Quindi l’invito è a darsi tempo e soprattutto a gustarsi di più e meglio le relazioni che abbiamo, i nostri affetti ‒  conclude Nicoletta Cinotti. “Anche se non ci possiamo frequentare ci sono tanti modi di volersi bene. L’importante è volere bene e dare qualche segno tangibile di affetto – anche se da lontano – alle persone che hanno perso un familiare. Per il lutto più ampio legato al Covid la cura migliore è la solidarietà. Ricordarsi che siamo legati da un unico filo e viviamo in un unico mondo.”

Micol Burighel

 

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