Dott.ssa Aslangul: affrontare i cambiamenti in “gruppo”

La Dott.ssa Paola Aslangul, psicologa e psicoterapeuta, racconta ad AltraEtà come, parlando con over 50 poco soddisfatte della propria esistenza, passata e presente, si sia  delineata l’esigenza di incontrarsi in gruppo, di parlare, di diventare più progettuali.

Da qui alla concretizzazione dei primi incontri, il passo è stato breve. Facilmente è stata individuata una sede raggiungibile da tutti, anche in considerazione delle evidenti difficoltà delle persone coinvolte, e poi sono bastate poche cose, alcune sedie e un tavolino di lato, per appoggiare qualche dolcino e le tazze per le bevande calde.

Il bisogno di riflettere sul presente era molto forte, insieme alla necessità di fare ordine sugli eventi del passato. Pensare al presente è importante perché fornisce senso all’essere, ma è il passato che sostanzia ciò che siamo diventati. La linea temporale ha quindi assunto un’importanza fondamentale, in quanto presente e passato si sono presto fusi insieme in una dimensione “altra”, quella orientata al futuro, che rimanda alla progettualità e alla voglia di fare qualcosa insieme, pensando a strategie utili per tutti, condivisibili in modo ampio e trasparente. In questi primi movimenti, si è preparato il terreno verso l’apertura nei confronti dell’altro e verso la condivisione di esperienze, cosa non sempre facile, almeno inizialmente, perché questo significa rinunciare alla possibilità di mantenere la propria riservatezza, offendo vissuti personalissimi a persone poco conosciute.

A poco a poco si è creata una buona complicità, che ha permesso il diffondersi di una profonda risonanza emotiva. Questo aspetto è però tipico di gran parte dei gruppi psicoterapici di sostegno, che lavorano intorno a un tema specifico e che si pongono obiettivi comuni. Quello che di diverso si è manifestato, in questa circostanza, riguarda la nascita di movimenti particolari di progressivo avvicinamento reciproco, scaturiti sulla base di esigenze profondamente condivise, anche a prescindere dall’enuclearsi di un problema di base.

Partendo dalle problematiche che via via emergevano dalle discussioni del gruppo, mediate dal conduttore, prendeva corpo in modo sempre più cogente l’esigenza di riflettere su modalità diverse di affrontare ostacoli e difficoltà, e si poneva di conseguenza la necessità di un pensiero comune che potesse non solo offrire un modo per alleviare la propria sofferenza, ma che potesse anche facilitare l’emergere di soluzioni personali, spesso condivisibili da altre persone, anche se portatrici di problemi diversi. La caratteristica peculiare di questi incontri, e il catalizzatore che aveva incoraggiato i membri del gruppo a unirsi una prima volta e a mantenere una certa coerenza nella partecipazione ai gruppi, era il bisogno di superare alcune situazioni di profondo disagio e di individuare opportune strategie che le persone avevano difficoltà anche soltanto ad immaginare: in altre parole, sembrava che la vita fosse assolutamente immodificabile e che gli ostacoli fossero ineliminabili. A questo scopo, si è dimostrato utile il ricorso agli insegnamenti della psicogeragogia.

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Negli articoli precedenti, abbiamo visto come questa disciplina spinga gli individui verso una maggiore completezza e profondità personale, in grado di permettere una maggiore vitalità interiore e uno slancio verso l’esterno più attivo e coinvolgente. Di fatto, la psicogeragogia non richiama in modo precipuo il gruppo, ma questa esperienza ci ha permesso di utilizzarne alcune linee teoriche.

Concretamente, il primo passo è stato quello di condividere il problema, parlando delle proprie esperienze e “regalandole” ai compagni di viaggio, e poi ascoltando gli altri, offrendo una sincera empatia in grado di accogliere i vissuti “estranei a sé”. Esperienze dolorose come rimpianti e rimorsi vengono così esposti alle considerazioni degli altri membri del gruppo: in questo modo, affrontare le avversità di una condizione di evidente svantaggio, che si era consolidata progressivamente con il passare degli anni, sembrava più semplice per tutti.

Anche l’importanza che progressivamente ha acquisito il pensiero rivolto al futuro, di cui si è fatto cenno più sopra, può essere considerato un assunto cardine dell’ottica psicogeragogica, che incentiva la persona anche non più giovanissima a guardare sempre un po’ oltre la consueta linea del “qui ed ora”. Si è presto diffusa, non senza difficoltà, una nuova filosofia di vita, che non è mai tardi per abbracciare, sintetizzabile con l’espressione “vivere da young old”. Essere un “giovane-vecchio” significa essere in grado di “riordinarsi dentro”, affrontando i disagi – a volte davvero evidenti – con progettualità e spirito costruttivo, avendo il coraggio di rimettersi in gioco, di parlare, di ascoltare e di restituire ancora agli altri, in un gioco circolare sempre attivo e coinvolgente.

Il nucleo centrale, e l’aspetto innovativo rispetto ai classici gruppi di incontro, è consistito nella ricerca e nell’individuazione di strategie “altre”, proposte prevalentemente dai membri del gruppo e valorizzate dal coordinatore: tutte le persone, insieme, hanno funzionato come fucina, facendo nascere una sorta di “brain storming” mirato al problema. Questa dinamica mette anche in evidenza come sia naturale che, in un contesto fertile come quello del gruppo, si possano creare spontaneamente nuovi assetti personali e interpersonali che daranno poi luogo a nuove configurazioni di vita più ampie e di più ampio respiro.

Questa esperienza ha contribuito anche a mettere in rilievo il fatto che, quando il gruppo intraprende un processo di evoluzione e di crescita personale attraverso il dare e il ricevere, si è in grado di potenziare l’auto-consapevolezza e il compimento di un Sé più evoluto. Dare e ricevere sono movimenti che stimolano l’apprendimento e il cambiamento, ed è solo quando non si ha più voglia di confrontarsi con gli altri, che non ci si vuole più mettere in gioco, che si diventa davvero anziani.

Nel prossimo articolo affronteremo più in dettaglio le tematiche particolari che sono state affrontate e “risolte” dal gruppo; passeremo in rassegna le diverse fasi di sviluppo del pensiero condiviso e i progressi che di volta in volta si sono manifestati, insieme ai meccanismi che hanno permesso l’evoluzione e il cambiamento del gruppo stesso.

Dott.ssa Paola Aslangul    

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