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Dott.ssa Aloi: “L’innamoramento è cambiamento, l’amore stabilità”

Continua il viaggio della nostra collaboratrice, la psicanalista Grazia Aloi, nel mondo dell’amore e degli affetti. Essere innamorati è facile; avere un amore è difficile, perché si rischia di soffrire e di essere abbandonati. Nella fine di un innamoramento c’è la frustrazione dell’idealizzazione; nella fine di un amore c’è la sofferenza per la crudeltà della realtà (l’innamoramento ha a che vedere con l’Io-ideale, mentre l’amore con l’Io-reale).

La fine di un innamoramento può renderci pronti per uno nuovo (a volte anche motivo della fine), mentre l’inizio di un nuovo amore deve passare attraverso la depressione della perdita precedente. In questo senso, noi siamo emozionalmente ed affettivamente monogami. Ciò porta ad innamorarci nel momento, nel tempo del bisogno e ad amare nel tempo indeterminato del desiderio della corresponsione. Ci innamoriamo quando siamo pronti a voler cambiare qualcosa, mentre amiamo quando desideriamo consolidare e mantenere quello che abbiamo.

Si può essere innamorati in qualunque momento di chiunque soddisfi i nostri bisogni, mentre non si può amare (almeno nell’accezione di questa argomentazione) a lungo chi non ci corrisponde. Così come noi possiamo far innamorare chiunque abbia orecchie per la nostra chiamata,  non riusciremo mai a farci amare da chi desideriamo ci ami e  corrisponda il nostro sentimento.

Davanti ad un amore non corrisposto siamo “piccoli”: così come nella leggenda lo era Eros fintanto che non ebbe la compagnia di Anteros e non fu più solo e poté diventare finalmente “Grande”, ma ogni volta che Anteros si allontanava, Eros ritornava fanciullo piccolo e solo (ecco perché si dicono tutte le belle frasi d’amore per intendere che senza l’Altro si è persi, piccoli e soli).

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Eros per crescere e restare Grande ha bisogno della compagnia di Anteros, dell’Altro. Ma per accogliere e mantener(e)(si) la compagnia dell’Amore dell’Altro occorre una certa predisposizione che, invece, non necessita nell’Innamoramento. Per essere innamorati, non occorre la rinuncia a se stessi, anzi, e non occorre uno stato di grazia a-priori; per amare, sì. Per amare, occorre che si sia in “buona compagnia”, ossia  si possieda un buon assetto interiore, una buona realizzazione di sé attraverso uno stato di felicità. (in senso filosofico, questo stato è chiamato “eudaimonia”). Occorre, dunque, beatitudine e felicità (fe: stessa radice di filius, fecondità) per poter generare, accogliere e far vivere un amore: occorre uno stato di armonia, e armonia significa “colei che riunisce”.

Per amare, dunque, occorre essere uniti a se stessi in buona compagnia per potersi unire all’altro. Per innamorarsi, invece, occorre essere disponibili ad accogliere che gli altri soddisfino i nostri bisogni. E’ dunque uno stato preferibile ad un altro? Apparentemente, l’innamoramento ne uscirebbe un po’ bastonato, magari perché capriccioso ed immaturo, ma non è certo così.  Se è vero che ci può essere innamoramento senza amore e non ci può essere amore senza innamoramento, è altrettanto vero che non può esserci vita senza passione. Non mi sembra poco.

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Comunque, un merito l’innamoramento l’ha: fa ammalare meno, e meno gravemente, dell’amore. Cito solo la filofobia e la limerance e un tipo particolare di infarto  (anche delle devianze amorose è piena la letteratura e non mi soffermo). La prima riguarda  la paura incondizionata di amare. In particolare riguarda la paura verso il desiderio dell’altro, che significa non saper accettare la possibilità della mancanza che verrebbe a crearsi nella delusione e nella perdita di una fine. Allora, meglio non iniziare neppure.

La limerance riguarda l’idealizzazione irrazionale, forzata e ossessiva  dell’altro, per cui ci si innamora sempre di persone sbagliate, non in grado né di soddisfare alcuna richiesta, né – tanto meno – di corrispondere e ricambiare. Lo stesso stato – che decisamente provoca senso di inutilità – può portare ad una situazione di insoddisfazione verso il vero amore e a continue fughe verso l’”infedeltà” (tra virgolette perché si tratta di un’infedeltà al sentimento dell’amore e non alla persona). Chi ne soffre, ama l’amore di per sé, come cosa astratta, e non è in grado di collocarlo in una persona in particolare, per cui deve correre continuamente da un amore fittizio ad un altro altrettanto fittizio .

In ultimo,  la patologia organica del “cuore infranto” (in medicina nota come infarto tako-tsubo) merita di essere menzionata se non altro per la rarità e scarsità di considerazione psicologica. Si tratta di una cardiomiopatia acuta da stress molto collegabile, appunto in senso psicologico, al “mal d’amore” provato per situazioni di abbandono improvvise e senza che ci sia stata la possibilità di rimedio o di razionalizzazione dell’evento traumatico.

In conclusione, un’immagine: se siamo innamorati andiamo a cena con l’altro; se amiamo facciamo la spesa e cuciniamo insieme. Metaforicamente e non. Finché sapremo dosare le calorie, mantenere la linea e non ci mettiamo o ci mettono a dieta e, soprattutto, finché sapremo scegliere ingredienti e menù adatti a noi.

Dott.ssa Grazia Aloi

 

 

 

 

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