La disfagia è un sintomo che comporta un deficit nella capacità di deglutizione. Si manifesta con la difficoltà del bolo alimentare nel transitare dall’orofaringe all’esofago. Si tratta di una condizione che molte persone si trovano a vivere e a cui i caregiver devono prestare particolare attenzione. Attraverso quali segnali d’allarme riconoscere la disfagia? E soprattutto, quali rimedi esistono? 

La deglutizione, un atto complesso

Per eseguire un atto deglutitorio sicuro ed efficace, le vie aeree superiori devono cambiare configurazione. Da un sistema in grado di veicolare l’aria al fine della respirazione e della fonazione, devono passare ad essere un sistema dove il flusso d’aria cessa, mentre si instaura un meccanismo di protezione delle vie aeree durante il passaggio di cibi, liquidi, secrezioni e farmaci. Questa complessa struttura richiede l’attivazione sequenziale di circa quaranta muscoli, innervati da sei paia di nervi cranici ed anche la repentina interruzione della respirazione fino a che il bolo non raggiunge l’esofago.

La deglutizione è quindi un atto complesso che comporta numerose fasi:

  • la fase di preparazione extraorale: è spesso correlata al vissuto precedente della persona ed entrano in gioco stimoli visivi, olfattivi, abitudini consolidate, rituali, tono dell’umore, gusto e ripulsa per dati alimenti, fattori questi importanti nel percorso riabilitativo del paziente disfagico.
  • la fase intraorale comprende una fase orale preparatoria, una fase orale propulsiva, una faringea ed una esofagea.

Il non corretto funzionamento dei meccanismi sopradescritti, oppure alcuni possibili deficit patologici o fisiologici legati all’invecchiamento di queste strutture, possono rendere evidenti dei conseguenti sintomi che orientano verso il percorso diagnostico dei disturbi di deglutizione.

Le diverse cause della disfagia

La disfagia è un sintomo piuttosto frequente in differenti condizioni e sono molteplici le cause che possono influirne l’insorgenza di una forma più o meno grave e pronunciata.

Nell’anziano, infatti, il fisiologico processo d’invecchiamento porta alla perdita di massa e di forza muscolare, coinvolgendo anche proprio quei muscoli che sono parte attiva del processo di deglutizione. 

La disfagia ha diverse cause.

Vi sono poi tutte le patologie neurologiche, che sono le più frequenti cause di disfagia e che compaiono in prevalenza nella parte più anziana della popolazione, per questo esposta ad un maggiore rischio di sviluppare i disturbi della deglutizione.

Infine la presenza di pluri-patologie porta necessariamente all’assunzione di terapie farmacologiche, di cui alcune possono avere come effetto secondario xerostomia (secchezza delle fauci), rilassamento dello sfintere esofageo inferiore con conseguente reflusso gastro-esofageo.

Segnali d’allarme per riconoscere la disfagia

La conseguenza maggiormente evidente e, in larga misura, la più pericolosa è un’aspirazione del bolo nelle vie aeree. Questo comporta un rischio di soffocamento. Conseguenza non meno grave è la micro-aspirazione, determinata dalla non completa chiusura delle vie aeree durante la deglutizione, e il conseguente passaggio di piccolissime quantità di cibo nella trachea e nei polmoni. Il ripetersi di questa eventualità può causare polmoniti ed infezioni delle vie respiratorie anche importanti, con un aumento del rischio di mortalità in soggetti più fragili.

Diventa quindi importante individuare precocemente questa sintomatologia, spesso descritta dai pazienti come la sensazione che mi vada tutto di traverso, anche l’acqua.

I principali segnali d’allarme della disfagia a cui prestare seria attenzione sono: 

– tosse durante o subito dopo la deglutizione del cibo; 

– fuoriuscita di cibo dal naso; 

– voce gorgogliante (come se ci fosse del liquido intorno alle corde vocali) nonostante le manovre di tosse volontaria e deglutizione a vuoto; 

– particolare stanchezza, alterazione dell’attenzione e/o perdita di concentrazione (la persona appare agitata o eccessivamente affaticata). 

Inoltre, altri segni più evidenti nelle ore che seguono il pasto sono: 

– aumento della salivazione; 

– comparsa di tosse o secrezioni dopo il pasto; 

– presenza di frequente rialzo febbrile.

Esistono differenti sistemi per la valutazione del rischio. Tutti devono essere condotti da professionisti sanitari, che consentono di identificare la disfagia anche in forme lievi. La diagnosi viene però fatta mediante esami diagnostici specifici e visualizzazioni basate su strumenti a fibre ottiche (Fiberoptic Endoscopic Evaluation of Swallowing – FEES).

I segnali di allarme sono quindi di tipo percettivo, il soggetto sente che qualcosa non va nella sua deglutizione, si spaventa, mangia meno e male, tende a ridurre l’apporto di liquidi.

Rimedi

Gli interventi che possono consentire la gestione di questo sintomo sono sia di tipo clinico-posturali che organizzativi.

Interventi assistenziali e clinico-posturali

La postura rappresenta un aspetto centrale nella presa in carico del paziente disfagico, dalla valutazione all’intervento terapeutico. Il controllo posturale di testa e tronco è un prerequisito fondamentale per procedere alla valutazione della disfagia.

Studi scientifici accreditati sostengono la necessità di adottare una seduta in posizione eretta al fine di minimizzare il rischio di aspirazione.

Si sottolinea come la scelta di una postura compensativa è sempre specifica e deve essere scelta ad hoc per la singola persona. Per aiutare la deglutizione spesso si raccomanda una combinazione di diverse tecniche, in relazione alle caratteristiche della disfagia. La modificazione posturale può essere d’aiuto nel trattamento della disfagia influenzando il flusso del bolo e migliorando la velocità e la sicurezza della deglutizione.

Interventi organizzativi

Si basano essenzialmente sulla scelta di livelli di modificazione della texture e della consistenza dei cibi che consentano di ridurre il rischio di aspirazione.

Mediamente questa tipologia di interventi viene risolta macinando, frullando ed omogeneizzando gli alimenti al fine di consentire un passaggio agevolato durante la deglutizione.

Il limite consiste nella riduzione sia della tipologia di alimenti disponibili, poiché non tutti, ed in particolare molte verdure, si prestano a questo processo se di tipo artigianale, sia nella capacità di fornire il giusto apporto di nutrienti in relazione alla necessità di diluire il materiale frullato mediante brodi o acque che ne abbassano il valore nutritivo, a parità di volume del piatto.

Le soluzioni attualmente allo studio consentono di ottenere alimenti in preparazione disidratata che, ripristinati nel contenuto di acqua, mantengano consistenze adeguate allo scopo, senza ridurre l’apporto di calorie e di proteine che è particolarmente necessario in questi soggetti.

Il contributo è stato scritto dal dott. Milko Zanini, ricercatore presso l’Università di Genova e collaboratore di HARG, azienda che produce alimenti per disfagici.

 

 

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