Diritto di famiglia, le nuove norme a tutela dei nonni

Da venerdì 7 febbraio, sono entrate in vigore le nuove norme stabilite dal decreto legislativo 154 del 2013. Sono tante le riforme e le nuove discipline che il regolamento, firmato dal Capo dello Stato quattro giorni prima di Capodanno, stabilisce.

In primo luogo, i figli saranno semplicemente figli, senza aggettivi ulteriori. Cancellate le distinzioni tra legittimi e naturali, tutti saranno sullo stesso piano e avranno medesimi diritti (da quelli ereditari). È un punto cruciale quello appena decritto: il legislatore si adatta ai tempi contemporanei e, non cambia soltanto termini e definizioni, ma rivoluziona la prospettiva con cui guardare ai legami tra i genitori e i loro figli. Ma non solo: anche i nonni si guadagnano uno spazio di rilievo nell’ordinamento: nel caso di divorzio o di separazione tra i genitori dei nipoti, il diritto di preservare il rapporto nonno-bambino è, adesso riconosciuto, per legge.

Una buona notizia, quindi. Il diritto dei nonni a mantenere relazioni significative con i propri nipoti era già sancito dal codice vivile, all’interno dell’articolo 37, ma non c’erano gli strumenti giuridici per esercitare questo diritto nel caso d’impedimenti indipendenti dalla volontà del nonno. Oggi i nonni (ma anche bisnonni, quando ci sono) «possono ricorrere al giudice del luogo di residenza del minore affinché siano adottati provvedimenti idonei nell’esclusivo interesse del minore».

Il corpo delle nuove regole rappresenta una svolta. Una tappa fondamentale dopo il divorzio, la grande riforma del 1975 e la riforma delle adozioni. Molti principi sono in realtà già entrati nella prassi, consolidata nelle aule dei tribunali o imposta dagli organismi europei. Il decreto adesso fa ordine, cancella norme obsolete, sancisce concetti innovativi.

Infine, la riforma ha introdotto altre novità, come la possibilità del minore di essere «ascoltato» dal giudice, o il dovere dei genitori di «occuparsi» dei figli anche se sono maggiorenni e finché non raggiungono l’indipendenza economica. O ancora l’obbligo del giudice a cercare tutti gli aiuti concreti possibili per far crescere i bambini nelle loro famiglie, anche in caso di gravi difficoltà economiche. La chiave del decreto può essere trovata nella sostituzione della parola «potestà» con «responsabilità». Non più il «potere» dei genitori, ma il dovere di prendersi cura di chi hanno messo al mondo.

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