Da qualche giorno l’Aifa (Agenzia Italiana per il Farmaco) ha dato il via libera agli anticorpi monoclonali in Italia. La battaglia al Coronavirus, così, potrà fare affidamento su una nuova arma in affiancamento alla campagna vaccinale. Ma come funziona la cura con gli anticorpi monoclonali? Ne abbiamo parlato con il Professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di Crisi Covid-19 della Liguria, che ci ha spiegato meglio quale sarà l’utilizzo di questa terapia. 

Professor Bassetti, ci spieghi meglio cosa sono gli anticorpi monoclonali e in cosa consiste la cura. 

Gli anticorpi monoclonali sono una immunità passiva. Noi abbiamo due tipi di immunità dalle sostanze esogene. Una è attiva: il vaccino. Naturalmente, ci vuole tempo perché il sistema immunitario funzioni e gli anticorpi si riproducano in quantità sufficiente dopo aver riconosciuto l’antigene. Abbiamo visto con i vaccini per il Covid che sono necessarie almeno 4-6 settimane perché il nostro sistema immunitario sia in grado di difendersi dal virus. 

Cos’è invece l’immunità passiva? L’immunità passiva non ha bisogno dell’alleanza del sistema immunitario. Si introduce nell’organismo un super anticorpo, che è l’anticorpo monoclonale, in milioni di unità, che è in grado di funzionare immediatamente. Così, nel momento in cui si entra a contatto con il virus e questo entra nell’organismo, attaccandoci, l’anticorpo intercetta il virus stesso e fa sì che non faccia male alle cellule. È un grande difensore: la cura con gli anticorpi monoclonali è come una iniezione di milioni e milioni di poliziotti buoni che intercettano il virus.

In quali casi quindi è utile questa cura?

Perché la cura con gli anticorpi monoclonali funzioni, è necessario attivarsi in una fase molto precoce della malattia. Se lo si fa tardivamente, quando ormai il virus ha interagito con le cellule, serve a poco e sono utili invece altri farmaci. Il segreto è intervenire nei primi tre giorni dall’esordio della malattia. Negli studi sulla cura con gli anticorpi monoclonali, si è visto un significativo miglioramento nei soggetti trattati nei primi giorni di malattia, sia per quanto riguarda l’ospedalizzazione, sia per la mortalità. Si è arrivati ad avere riduzioni superiori al 70%. 

Oltre a questo uso precoce degli anticorpi monoclonali, probabilmente li potremo utilizzare anche su quei soggetti che sono immunodepressi e non sono in grado di produrre una adeguata difesa, dando loro un aiuto esterno per contrastare il virus.

Ci sono anche altri pazienti, oltre gli immunodepressi, su cui la cura con gli anticorpi monoclonali sarebbe particolarmente efficace?

Nelle fasi precoci della malattia, si è identificata una tipologia: soggetti con più di 65 anni che abbiano anche un altro fattore di rischio, come obesità, malattie cardiache gravi,  malattie respiratorie e ovviamente l’immunodepressione. Si tratta di trovare la quadratura del cerchio e fare ovviamente dei protocolli. La cura con gli anticorpi monoclonali non può essere usata indistintamente su tutti. 

Come dovrebbero essere, a suo avviso, questi protocolli di utilizzo? 

È evidente che bisogna essere bravi a stratificare il rischio. Perché le cose funzionino, inoltre, sarà necessario che ci sia un buon rapporto tra ospedale e medicina territoriale. Andrà condiviso un protocollo con i medici di base: i soggetti con tampone positivo e determinate caratteristiche, nella fase iniziale della malattia, andranno segnalati all’ospedale. A quel punto, l’ospedale potrà procedere con la somministrazione della cura con anticorpi monoclonali anche in day hospital. Probabilmente quel paziente non tornerà più in ospedale e avrà una decorso della malattia, come abbiamo detto prima, nel 70% dei casi benigno.

Cosa succede ora dopo l’ok dell’Aifa alla cura con anticorpi monoclonali? 

Il farmaco è stato approvato per un so sperimentale in emergenza, la struttura commissariale è stata incaricata di gestirlo: ora è necessario che gli anticorpi monoclonali arrivino negli ospedali. Così potremo testare la cura e vedere nel concreto i risultati. 

Micol Burighel

 

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