La dottoressa Ilaria Ferrari tira le somme sullo della sanità territoriale di fronte al Covid dopo un anno di pandemia.

Covid, un anno dopo: e la sanità territoriale? 

Un anno fa scrivevo: “Sono un medico di famiglia come tanti altri, 40 anni, convenzionata da 3, mamma di un bambino di 4, lavoro a Genova, in centro, è venerdì sera e piango. Lo faccio da quando è iniziato tutto questo, perché in settimana, ogni giorno per più di 12 ore, devo essere una roccia, un faro, un medico, una psicologa, una mamma per tutti i miei pazienti che sono chiusi in casa spaventati.

Vado tutti i giorni in studio, mi chiudo dentro e gestisco telefonicamente i pazienti che hanno paura, quelli che continuano ad avere i problemi che hanno sempre avuto, quelli che sviluppano i sintomi influenzali tipici del coronavirus. Spiego loro cosa dobbiamo monitorare, che siano giovani o anziani, cerco di trasmettere loro la sicurezza che spesso non ho nemmeno io, perché siamo di fronte ad una malattia infame, spesso imprevedibile.

Li tengo lontani dagli ospedali fino a quando non mi rendo conto che non posso fare altro e me ne devo rendere conto usando solo il mio bagaglio di conoscenze e l’esperienza maturata sul campo in queste settimane. E a volte devo scegliere di non farlo e accompagnarli alla morte per telefono, perché in ospedale morirebbero ugualmente, ma da soli.

Il sacrificio della medicina generale

Il sacrificio della medicina generale è già in corso da settimane ed è già costato la vita a 18 medici di famiglia (su 51 medici deceduti), perché? Perché a distanza di settimane dall’inizio di questa follia, non ci sono stati ancora forniti i dispositivi di protezione adeguati alla nostra sicurezza personale. Alcuni di noi ieri hanno ricevuto dei grembiulini da salumiere e 2 mascherine (ognuna delle quali dura 4 ore e poi non protegge più), io nemmeno questo.

Perché nessuno ci ha comunicato una strategia regionale chiara che codifichi il nostro ruolo, ma noi ci siamo organizzati lo stesso, da soli, a costo di perdere la vita quando, per il bene di nostri pazienti, magari soli, anziani, malati, terrorizzati, ci siamo avventurati a casa loro protetti da quell’unica mascherina, da linee guida insufficiente, e ci è andata male per 18 volte.

Perché se io mi ammalo, lascio soli e allo sbaraglio 1200 persone, che di tutta risposta, e giustamente, si riverseranno negli ospedali che stanno esplodendo.

E perché i servizi territoriali altri, sono evidentemente stati travolti come noi e non riescono a star dietro alla miriade di segnalazioni che ricevono e quindi ancora a pochi viene fatto un tampone a casa, ma i nostri giovani colleghi di continuità assistenziale e i corsisti del corso di medicina generale si sono subito resi disponibili a costituire dei gruppi di assistenza a domicilio, ma non partono in numero adeguato sempre per mancanza di dispositivi di protezione.

E così abbiamo fatto subito noi medici di famiglia, ma proprio dalle istituzioni, questa possibilità ci è stata negata.

Per questo e per altre mille ragioni è venerdì sera e invece che dire in tv e scrivere sui giornali falsità, piango tutto il peso che mi sono portata sulle spalle dal primo lunedì e mi preparo a rispondere anche nel weekend a chi mi chiederà aiuto.”

E oggi? La sanità territoriale di fronte al Covid

Da quel momento in Italia ci sono stati oltre 100mila morti e, di questi, 350 erano colleghi.

Da marzo 2020 come medici di famiglia abbiamo continuato a seguire tutti i pazienti acuti e cronici, nonostante le chiusure dei poliambulatori e distretti sanitari, l’impossibilità di prenotare visite specialistiche e accertamenti diagnostici, la cancellazione degli interventi chirurgici in elezione.

Abbiamo creato rete fra noi cercando di supportarci giornalmente e aiutandoci a vicenda nell’incertezza assoluta, nel “tutto e il contrario di tutto” che ha caratterizzato questo anno di pandemia, nella mancanza di comunicazione sollecita da parte delle istituzioni.

Poi abbiamo cercato di sedare tutte le paure dei nostri pazienti, nonostante fossimo noi i primi ad averne. Abbiamo avuto pazienti che per il terrore di recarsi in ospedale, hanno affrontato da soli un infarto miocardico a casa e ce lo hanno confessato giorni dopo.

I DPI sono arrivati e abbiamo organizzato in autonomia i cosiddetti COVID tour per poter visitare i pazienti a casa in sicurezza, finalmente toccarli, anche se avvolti in una tuta bianca e senza poter mostrare un sorriso di conforto. I nostri studi hanno ricominciato lentamente a popolarsi ma con accessi esclusivamente su appuntamento e previo triage adeguato, grembiuli, mascherine e fiumi di alcool.

Campagna vaccinale e teleconsulti

Abbiamo organizzato la campagna vaccinale antiinfluenzale più numerosa di sempre, con un mese di anticipo rispetto agli anni precedenti. Nonostante le consegne di vaccini col contagocce, offrendo vaccinazioni aggiuntive (es antipneumococcica) anche e soprattutto per il controllo della diffusione del COVID.

Abbiamo imparato insieme ai pazienti (anche i più anziani si sono adeguati), l’utilità dei videoconsulti, che ci consentono di vederci in faccia sebbene dietro ad uno schermo.

Ancora, abbiamo organizzato gli HUB tamponi nelle piazze della città, con la collaborazione dei Municipi, per supportare il dipartimento di igiene e le squadre domiciliari che non riuscivano a smaltire le segnalazioni.

Quando le carenze dell’assistenza territoriale sono risultate evidenti, siamo stati duramente e ingiustificatamente criticati da chi evidentemente non sa come debbano essere suddivise le responsabilità organizzative.

L’arrivo dei vaccini contro il Covid

Sono arrivati finalmente vaccini che prevengono il COVID e protocolli che la rendono assai più lieve se contratta, nonostante la preoccupazione che deriva dalle varianti, ancora poco note.

Ci siamo vaccinati.

Abbiamo segnalato i nostri pazienti non deambulanti e ultravulnerabili e siamo già organizzati per vaccinare personale scolastico, polizia locale, uffici giudiziari, protezione civile e vulnerabili under 70 in sedi ASL, appena l’Agenzia europea del farmaco (Ema), si spera, sbloccherà la situazione.

Pronti a garantire la massima sicurezza ed esprimere la potenzialità della medicina del territorio nella più grande campagna di vaccinazione di massa della nostra storia.

Pronti a chiedere a gran voce e con le nostre azioni, che venga riconosciuta davvero l’importanza delle cure primarie e vengano fatti investimenti per integrare realmente ospedale e territorio in uno scenario in cui medico di famiglia cerca di fare davvero tutto (compresi compiti che non gli competerebbero) per supplire ad un territorio inefficace, ma finisce sempre col risultare ingiustamente responsabile di tutto.

 

Scritto da: 

Ilaria Ferrari, medico di famiglia, risponde ai dubbi sul vaccino anti-Covid19Ilaria Ferrari, laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli studi di Genova nel 2006. Negli anni 2003-04 ha svolto attività volontaria presso i reparti di Medicina, Chirurgia d’urgenza e Pronto Soccorso dell’Ospedale San Martino di Genova. Ha svolto dal 2006 attività di medico sostituto di Medicina Generale presso numerosi studi medici di Genova. È stata medico di Continuità Assistenziale convenzionato presso l’ASL3 di Genova dal 2006 al 2018. Consigliere dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Genova triennio 2015-2017. Dal 2017 è Medico di Medicina Generale convenzionato per l’Assistenza Primaria presso ASL3 Genovese. È Consigliere dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Genova dal 2015.

 

 

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