Secondo gli esperti, occorrono anni per trovare il prodotto giusto e sicuro contro l’epidemia da Coronavirus

di Rino Di Stefano

La notizia è di questi giorni: la Pfizer, una delle più grandi multinazionali farmaceutiche degli USA, in collaborazione con l’azienda europea di biotecnologie BioNTech, sta sperimentando un vaccino che ha fatto osservare una buona risposta immunitaria in coloro che l’hanno ricevuto.

Secondo quanto riporta il Financial Times, lo studio clinico conferma che 24 persone di età compresa tra i 18 e i 55 anni che avevano ricevuto due dosi di vaccino, entro quattro settimane dalla prima inoculazione avevano attivato anticorpi “significativamente elevati”.

In tutto, i volontari che si erano sottoposti a questa sperimentazione sono stati 45, suddivisi in tre gruppi: il primo ha ricevuto una dose da 10 microgrammi, il secondo una da 30 microgrammi, il terzo una di 100 microgrammi. In quest’ultimo gruppo alcune persone hanno ricevuto un placebo, cioè una sostanza che non dà alcun effetto.

Quella dose da 100 microgrammi però ha causato dei problemi. Circa la metà dei volontari ha avuto episodi febbrili di una certa consistenza e, di conseguenza, non sono state più somministrate altre dosi.

Invece, negli altri due i medici hanno riscontrato la presenza di anticorpi neutralizzanti, cioè anticorpi che hanno la capacità di bloccare il virus e impedirgli di replicarsi all’interno delle cellule. A stupire gli sperimentatori è stato il fatto che, in alcuni casi, siano stati trovati livelli quantitativi di anticorpi pari al doppio o al triplo di quelli che normalmente si vedono nelle persone in convalescenza dopo il contagio con il Covid-19.

Il risultato, per quanto promettente, non consente di stabilire con certezza che maggiori livelli di anticorpi garantiscano un’immunità contro il virus. A questo proposito Pfizer e BioNTech hanno intenzione di ampliare la sperimentazione negli Stati Uniti coinvolgendo fino a 30 mila volontari.

Lo scopo, spiega Ugur Sahin, co-fondatore e amministratore delegato di BioNTech, sarebbe quello di optare per un livello più alto di risposte anticorpali neutralizzanti per aumentare la probabilità che i vaccinati non diffondano la malattia e non la contraggano. “Se non si conosce il livello necessario per controllare questo virus – afferma Sahin – se non si conosce il potere del nemico, non si vuole che la risposta sia troppo debole”.

Come è stato specificato nell’intervista al Financial Times, BioNTech e Pfizer prevedono di produrre fino a 100 milioni di dosi di vaccino entro la fine dell’anno, e più di 1,2 miliardi di dosi entro la fine del 2021, a seconda di quella che sarà la richiesta.

I risultati finanziari non si sono fatti attendere e le azioni della BioNTech, che vengono quotate al Nasdaq di New York, sono aumentate di quasi l’8 per cento in seguito alla notizia sui dati della sperimentazione. E della stessa percentuale sono rialzati i prezzi delle azioni Pfizer.

Insomma, la corsa al vaccino contro il SARS-CoV-2, il coronavirus che causa la Covid-19, si sta rivelando per quello che è: un gigantesco e rilevantissimo business da miliardi di dollari.

Il problema del vaccino, però, non è così semplice come potrebbe sembrare dalla semplice lettura di qualche giornale internazionale. È pur vero che nel nostro Paese registriamo ancora qualche focolaio di contagio, anche se il virus non è più pericoloso come prima. Ed è altrettanto vero che in giro per il mondo, soprattutto nelle nazioni dove l’epidemia ha colpito in un secondo tempo rispetto a noi, i morti si contano ancora a decine di migliaia.

Basti vedere che cosa succede ogni singolo giorno negli Stati Uniti e in Brasile, per avere un’idea di quanto grave sia la pandemia a livello mondiale.

Tuttavia, il Covid-19 non ha cancellato l’iter scientifico necessario per trovare un vaccino valido contro un’epidemia di questo tipo. Infatti, nonostante le dichiarazioni formalmente ottimistiche di chi annuncia risultati eclatanti nella ricerca (abbiamo visto che cosa portano in Borsa) i tempi per sviluppare un vaccino funzionante sono tutt’altro che scontati.

Basti pensare che al momento ci sono esperti al lavoro su almeno 145 vaccini, la maggior parte dei quali in una fase molto iniziale. Ad oggi risulta che siano 13 i vaccini che hanno raggiunto la prima fase, nella quale si effettuano i test per verificarne la sicurezza. A raggiungere la seconda fase, cioè quella che prevede la somministrazione delle dosi ad un folto gruppo di volontari sempre per accertarne la sicurezza, dovrebbe essere una decina di vaccini.

Soltanto tre, infine, sarebbero i vaccini che hanno raggiunto la terza fase, nella quale viene verificata l’efficacia del prodotto. Secondo questa scala di valori, un vaccino contro il Covid-19 di fatto non potrebbe mai essere disponibile prima della primavera 2021, ma anche in quel caso resterebbero comunque numerosi dubbi sulla capacità che quel vaccino possa sviluppare un’immunità che duri nel tempo. E vediamo perché.

Secondo gli esperti, sviluppare e produrre vaccini è un processo estremamente complicato che richiede tempi lunghi e l’impiego di enormi risorse. Inoltre, nonostante i Coronavirus siano conosciuti da quasi sessant’anni, fino ad oggi non esiste alcun vaccino già impiegato sulla popolazione per prevenire infezioni da altri virus della stessa famiglia.

Guardiamo, per esempio, a quello che è accaduto con la SARS (acronimo di Severe Acute Respiratory Syndrome, cioè Sindrome Respiratoria Acuta Grave). Si tratta di una forma atipica di polmonite causata dal virus SARS-CoV, apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong (Canton) in Cina. La SARS produsse un’epidemia che si sviluppò soprattutto negli ospedali di alcuni Paesi asiatici e durò dal novembre 2002 al luglio 2003, causando 8.096 casi e 774 decessi, con un tasso di mortalità del 9,6%.

Il MERS-CoV, invece, acronimo di Midlle East Respiratory Syndrome (Sindrome Respiratoria del Medio Oriente), è un altro Coronavirus simile alla SARS, ma diverso nella sua struttura. Infatti, viene chiaramente dai pipistrelli e ha un indice di mortalità pari al 34%. Si definisce del Medio Oriente in quanto il virologo egiziano Dr. Ali Mohamed Zaki lo isolò a Jedda dall’espettorato di un imprenditore saudita di 60 anni con polmonite acuta severa e insufficienza renale.

Ebbene, non sono mai stati realizzati vaccini per la SARS e la MERS. Ci furono molti studi, ma non approdarono mai a nulla per la complessità scientifica del caso. Oltre ai costi decisamente alti che tali studi implicavano.

Per essere più precisi, vennero presentati 33 vaccini sperimentali sulla SARS, ma soltanto due hanno raggiunto la fase in cui si presentano i test clinici con esseri umani. Per la MERS, invece, solo tre vaccini sui 48 presentati hanno raggiunto la fase dei test clinici. Ma per quale motivo non si è mai arrivati ad un vaccino per queste due infezioni da Coronavirus?

Prima di tutto c’è il fatto che, se la sperimentazione avviene quando il contagio per qualsiasi ragione non esiste più, non si capisce perché mai si dovrebbero continuare a spendere fior di capitali. C’è poi la prassi che, di solito, si deve adottare per accertare che in effetti un vaccino funzioni davvero.

Infatti, una volta verificata l’efficacia del prodotto, comincia il periodo di osservazione sui volontari che hanno ricevuto il vaccino. In pratica, l’iter scientifico prevede che queste persone vengano tenute sotto controllo per alcuni anni in modo da accertare che non ci siano effetti collaterali imprevisti e quanto possa durare l’immunizzazione di colui che è stato vaccinato. E questo spiega perché, a quasi vent’anni dai primi casi di SARS e di MERS non ci sia ancora un vaccino.

La pandemia da Covid-19 ha mobilitato un mare di ricerche a livello mondiale per arrivare ad un vaccino efficace. Secondo l’ultimo rapporto dell’OMS, già lo scorso marzo furono avviati i primi test a Seattle, negli Stati Uniti. Ma anche in Inghilterra, e precisamente nell’Università di Oxford, sono stati varati i primi esami sugli esseri umani. Nello stesso periodo, la Sanofi e la GSK, due delle più grandi multinazionali farmaceutiche del mondo, annunciarono una collaborazione per sviluppare un vaccino.

Da tutta questa febbrile attività si capisce quanto sia ancora lunga la strada per giungere ad un vaccino che non causi rischi alla salute e che assicuri una risposta immunitaria per un tempo accettabile. Infatti, secondo alcuni studiosi, c’è la possibilità che, una volta trovato il vaccino giusto, ci si debba vaccinare ogni anno. Così come già si fa per le altre forme influenzali stagionali.

Ci sono poi i problemi logistici da affrontare. A parere dei virologi, per ridurre la diffusione della malattia, dovrebbe diventare immune il 60-70% della popolazione. Ma per vaccinare tutte queste persone, potrebbero essere necessari fino ad un paio d’anni. E nel frattempo? Gli esperti parlano di elaborare protocolli di cura più efficaci, distanziamento sociale, nuovi cicli di isolamento a casa e adottare le usuali norme di sicurezza (mascherine, eccetera). Insomma, un incubo.

Per il momento, il quadro della situazione nel nostro Paese è abbastanza stabile. Parlando del bollettino della Protezione Civile di sabato 4 luglio, nelle ultime 24 ore in Italia sono stati registrati 235 nuovi contagi. Le nuove vittime sono state 21. In totale, dall’inizio dell’epidemia, in Italia hanno contratto il Covid-19 241.419 persone e i morti sono stati 34.854. Nella giornata di sabato 4 i dimessi sono stati 477, contro i 384 di venerdì 3. I soggetti positivi accertati risultano essere 14.621, in calo di 263 unità rispetto al giorno precedente. Le vittime 21. I pazienti ricoverati con sintomi sono in tutto 940, dei quali 71 in terapia intensiva. La maggior criticità resta sempre in Lombardia, dove nella stessa giornata si sono registrati 95 nuovi casi, di cui 32 a seguito di test sierologici e 21 debolmente positivi. I morti sono stati 16.

Da tutto questo si desume che il pericolo non è ancora passato. L’estate è bella, ma non possiamo ancora permetterci di tornare alla vita di sempre senza adottare le minime misure di sicurezza contro il Covid-19. Far finta di niente, non pensarci e vivere come se questo dramma non esistesse, vorrebbe dire far proseguire l’epidemia anche nell’autunno e oltre. Un po’ di buon senso, in questo caso, diventa assolutamente necessario.

 

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