Alzheimer: un nuovo studio pone le basi per una futura prevenzione della patologia

Con l’allungarsi delle speranze di vita, l’Alzheimer, come tutti i tipi di malattie la cui incidenza aumenta con l’età, rappresenta oggi un problema sociale. Stando alle rilevazioni più recenti, si stima che nel mondo siano quasi 30 milioni le persone affette da questo morbo che mina la memoria e i ricordi di chi ne è colpito. Un numero destinato a salire: si stima che nel 2050 i malati saranno circa 120 milioni.

L’Alzheimer rappresenta i due terzi di tutte le possibili forme di demenza senile, che includono anche la demenza vascolare, causata da problemi di afflusso sanguigno al cervello e la demenza da corpi di Lewy, caratterizzata dall’accumulo di aggregati di una proteina (alfa-sinucleina) nella corteccia cerebrale.

La scienza sta facendo passi in avanti sul frangente della prevenzione: pochi giorni fa è stato reso pubblico uno studio, a cui ha partecipato anche l’Università Statale di Milano, che ha permesso di identificare diversi nuovi geni implicati nell’insorgenza della malattia. Lo studio in questione ha coinvolto oltre 300 gruppi di ricerca, formati da specialisti provenienti di ogni parte del mondo, che hanno studiato il dna di più di 94 mila persone.

L’obiettivo della ricerca non è stato solo quello di scoprire quali siano i geni coinvolti nella patologia, ma anche di capire come questi interagiscono tra di loro e come possono essere sollecitati nel far sviluppare la malattia da agenti esterni: fattori ambientali e biologici, compreso lo stile di vita dei soggetti analizzati. I risultati ottenuti indicano una serie di nuove varianti a carico di 5 geni, che causerebbero un aumento delle possibilità di contrarre la malattia in età avanzata, a cui si aggiunge la scoperta di nuove vie molecolari coinvolte nell’insorgenza della patologia.

Questo nuovo studio, oltre ad aver individuato nuove cause che contribuiscono al manifestarsi del morbo di Alzheimer, ha confermato i risultati ottenuti da altri studi precedenti, sottolineando come la strada fino a ora percorsa possa portare nei prossimi anni a una maggiore e più approfondita conoscenza della malattia, mettendo a punto delle misure preventive che potrebbero rivelarsi efficaci.

Andrea Carozzi

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