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Alzheimer, possibile diagnosticarlo prima della sua comparsa?

La presenza di un danno in una piccola parte di cervello indicherebbe l'insorgere della sindrome di Alzheimer due anni prima del suo esordio

Un recente studio condotto dai ricercatori dell’Irccs Santa Lucia di Roma, insieme agli studiosi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, dell’Università di Torino e di quella di Cardiff, ha messo a punto una procedura in grado di diagnosticare il morbo di Alzheimer due anni prima che questo di manifesti.

Un danno a una piccola parte del cervello indica la malattia

Stando allo studio pubblicato sulla rivista “Journal of Alzheimer’s Disease”, circa due anni prima del suo esordio, il morbo di Alzheimer è individuabile per la presenza di un danno a una piccola parte del cervello non direttamente legata alla demenza, l’area tegmentale ventrale (VTA), significativa per la produzione di un neurotrasmettitore, la dopamina. Lo studio ha così evidenziato il legame che intercorre tra l’Alzheimer e le compromissioni dei circuiti dopaminergici in pazienti che soffrono di un disturbo cognitivo lieve, soggetti che risultano già ad alto rischio di ammalarsi di demenza.

Alzheimer: prevenire per curare meglio

“Questa scoperta – si legge in una nota – anticipa di circa due anni i danni ad altre aree del cervello e la comparsa dei primi sintomi clinici, una finestra temporale all’interno della quale è possibile l’utilizzo di farmaci volti a contrastare l’evolversi della malattia”. Attualmente, dicono i ricercatori, le poche terapie approvate per contrastare l’evoluzione del morbo di Alzheimer sembrano essere efficaci solo nelle primissime fasi della malattia.

Alzheimer e prevenzione: lo studio

Per giungere a questo risultato i ricercatori si sono serviti di neuroimmagini funzionali e test neuropsicologici, due tecniche indolori e non invasive con cui hanno analizzato l’attività della VTA in 35 pazienti che presentavano un disturbo cognitivo lieve. Come anticipato, la compromissione della VTA rappresenta un importante fattore di rischio per sviluppare il morbo di Alzheimer e di altre forme di demenza.

Il team di ricercatori ha monitorato per 24 mesi la condizione dei 35 pazienti volontari, osservando come, nell’arco dei primi due anni di osservazione, in 16 dei 35 pazienti il disturbo cognitivo lieve si sia effettivamente sviluppato nel morbo Alzheimer.

Questa “evoluzione”, hanno evidenziato i ricercatori, è stata preceduta da una significativa riduzione della connettività della VTA verso zone cerebrali critiche per i sintomi della malattia. I pazienti volontari che non sono stati colpiti dalla malattia, hanno, invece, mantenuto inalterato lo stato della VTA.

Andrea Carozzi

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