Alla scoperta dei cibi dimenticati

Si possono riscoprire alcune tradizioni o valori dimenticati anche in situazioni di crisi come quella che stiamo vivendo. Si tratta di abitudini cadute in disusoperché superate da modi di vivere diversi.La società cambia e con lei anche le abitudini delle persone ed è sempre più difficile trovare famiglie in cui la donna non lavora e si può dedicare completamente alla cura della casa.

Sempre di fretta, costrette a ottimizzare il proprio tempo, le donne possono riservare meno energie alla preparazione, ad esempio, della cena.
 
Anche le statistiche mostrano un aumento dei consumi di piatti “veloci”, sia da preparare che da consumare.
 
Tuttavia sembra affermarsi negli ultimi tempi una nuova tendenza che fa del “non buttar via nulla” il proprio cardine, perché si risparmia, si aiuta l’ambiente e non si perdono alcune importanti tradizioni alimentari regionali conosciute in tutto il mondo e spesso dimenticate proprio nel nostro paese.
 
Sono pietanze che richiedono una preparazione lunghissima, addirittura giorni, ma che sfruttano tutte le parti dell’animale: per la “batsoà” piemontese, ad esempio, si devono cuocere i piedi del maiale con le verdure, aspettare che si raffreddino e disossare, fare a listarelle la carne e, infine, impanarle con il pan grattato e uovo e friggerle.
 
Altre preparazioni richiedono addirittura mesi: lo “spicareddu frittu” o l’ormai introvabile “sbira” genovese: zuppa di lardo, trippe, funghi, pane, pinoli e carne, cibo delle guardie carcerarie e ultimo pasto dei condannati a morte.
 
 
g.n – redazione@altraeta.it

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