Adrian: i top e i flop dopo le prime due puntate

Ha suscitato grande curiosità dopo settimane di spot martellanti (e frastornanti), ha sicuramente dimostrato ancora una volta la poliedricità di un personaggio come Adriano Celentano, cantante, attore, ballerino, presentatore e, nel 2019, doppiatore di un giovane se stesso, disegnato dalla matita di Milo Manara. Insomma, dopo tanta attesa, anche i più scettici alla fine hanno dato almeno una sbirciatina ad Adrian, la serie animata di Canale 5 in onda dal 21 gennaio. In effetti gli ascolti della prima puntata hanno dato ragione a Mediaset, ma già nel secondo episodio i numeri non solo non sono stati confermati, ma si parla addirittura di un clamoroso flop.

A nostro avviso i motivi per cambiare canale non sono pochi. Di certo abbastanza per soppiantare i punti forti della serie (che comunque ci sono e vanno sottolineati). Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama. Per chi ancora si fosse perso le prime due puntate, ci troviamo nella Milano del 2068, una sorta di Gotham City in versione italiana: palazzoni e grattacieli poco estetici sovrastano quartieri centrali e periferie più o meno malfamate, sotto un cielo grigio e inquinato. Il protagonista è ovviamente Adrian, professione orologiaio, che insieme alla fidanzata Gilda (una giovane Claudia Mori?) vivono in una società sotto stretto controllo della polizia e in un regime quasi dittatoriale. In occasione di un attesissimo concerto rock (a tratti il gruppo ci ricorda un po’ Jem e le Holograms), Adrian viene invitato sul palco per cantare una sua canzone. Il brano, schiettamente provocatorio e anticonformista, invita il pubblico a riflettere: ad Adrian bastano poche note per conquistare gli spettatori. Proprio mentre la polizia sta per intervenire, un improvviso blackout manda in tilt qualsiasi strumento elettronico. Tra lo scompiglio e il fuggi fuggi generale, Adrian e Gilda riescono a dileguarsi: di lui non rimane alcuna registrazione e immagine, ma la sua canzone e la sua performance restano nella mente di tutti i presenti. Scatta così la caccia all’orologiaio. Nella seconda puntata la ricerca del misterioso cantante non si placa: nonostante la polizia non si faccia problemi a usare la violenza per trovarlo, nessuno apre bocca sull’orologiaio. Dal canto suo, il fatto di essere ricercato non preoccupa Adrian più di tanto, anzi: il passo successivo è quello di combattere la criminalità e le ingiustizie, mascherato da “volpe”.

Cosa ci piace

La forza della serie sta tutta nella bellezza del disegno animato, un tocco originale che si stacca nettamente dal classico telefilm, distinguendosi anche dagli anime giapponesi. Difficile immaginarsi la storia raccontata in un altro modo, a maggior ragione in un Paese che, per tradizione, ha una scarsissima cultura di serie tv.
Se le figure di Manara sono evidentemente il principale motivo per cui Adrian regge, non si può pensare che le puntate scorrano senza scene erotiche, tratto distintivo del fumettista: ci sono e non sono poche (Gilda è un personaggio “insaziabile” da questo punto di vista) ma sono spesso “ridotte” a fermo immagine.

Altro punto a favore è la colonna sonora: la musica non poteva non accompagnare la storia di Adrian, diventandone addirittura una colonna portante.

In un contesto non originalissimo, diamo un merito anche ai temi trattati: il consumismo, la violenza, la cementificazione incontrollata, l’indifferenza, la criminalità (anche quella organizzata, ormai spudoratamente a capo di una Napoli irriconoscibile). Ma anche tematiche positive: la forza dell’amore, la bellezza, la libertà.

Cosa non ci piace

Non si riesce a capire perché una serie tv debba essere preceduta da quasi un’ora di rappresentazione-presentazione teatrale che, francamente, toglie la voglia di guardare la nuova puntata anche al fan più accanito. Un’ora di diretta dal teatro Camploy di Verona, durante la quale si alternano sketch più o meno attinenti alla serie. Sul palco salgono alcuni comici e attori italiani (i principali sono Nino Frassica e Natalino Balasso), Celentano compare poco e niente, la vera protagonista è la lentezza. “Adrian” e “Aspettando Adrian” appartengono a due contesti troppo diversi per essere appaiati come se fossero parte di un unico programma. Non stiamo parlando del Festival di Sanremo e del Dopo Festival, insomma.

Altra nota dolente della serie, appunto, la lentezza. Sarà anche il tratto distintivo del Molleggiato, ma, per convincere, un telefilm deve scorrere vivace e stupire con colpi di scena, soprattutto se la sua trama non è particolarmente originale (come in questo caso). In Adrian abbiamo visto poco di tutto questo.

Cosa dire dei dialoghi: a parte alcune battute dell’orologiaio, sono in generale poco brillanti. Un’altra pecca non di così poco conto, considerando che spesso sono proprio i botta e risposta, le frasi taglienti e le battute pungenti e inaspettate a conquistare lo spettatore e a farlo innamorare dei personaggi. Un meccanismo che, almeno per ora, non è scattato.

Infine il risvolto “eroico” del protagonista: tra pugni, calci e passi di tango, il paladino della giustizia di via Gluck prende un po’ di forza da Batman e un tocco di fascino da Zorro: ne esce un personaggio un po’ banale (e a tratti ridicolo), ma confidiamo in una sua interessante evoluzione.

Da Adrian ci si aspettava insomma qualcosa di più. Del resto, la forte pressione mediatica che lo ha preceduto ne era un presagio. Ci sentiamo comunque di dare fiducia alla serie (mancano solo sette puntate, in onda ogni lunedì), confidando nella crescita dei personaggi e in qualche risvolto originale della trama. Di certo, ci posizioneremo davanti al televisore non prima delle 22,30.

Paola Pedemonte

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